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Racconti gay famiglia: Riccardo a cena a Bari

Racconti gay famiglia: la cena a Bari e una bugia

| Incontri gay casuali

Nei racconti gay famiglia che non si dicono mai c'è sempre una cena, e quella di Riccardo è stata sabato scorso: ventitré anni, ingegneria informatica al Politecnico di Milano e il viso di Tommaso nella testa già da settimane, seduto al solito posto al tavolo della cucina di Bari mentre sua madre Carmela serviva la pasta al pomodoro e la televisione commentava le previsioni del fine settimana. Poi però il cucchiaio si era fermato a metà aria, la domanda era arrivata, hai una ragazza, a Milano, e Riccardo aveva aperto la bocca e aveva mentito.

Il ritorno a Bari

La stanza di quando era ragazzo

Bari d'estate ha un odore preciso: salsedine, asfalto che tiene il calore fino alle undici di sera, basilico del balcone di sua madre. Riccardo era arrivato con l'Intercity Notte da Milano Centrale, zaino sulle spalle e cuffie alle orecchie per non dover rispondere ai messaggi di famiglia finché non fosse sceso dal treno. La stanza era la stessa di sempre: il poster della Juventus incollato a tredici anni che non aveva mai avuto il coraggio di togliere, le persiane che filtravano la luce in modo identico da quando ricordava, il comodino con la lampada storta che traballava se la toccavi troppo di fretta.

Aveva passato la mattinata sdraiato sul letto, fissando il soffitto. Pensava a Tommaso. Al modo in cui Tommaso camminava con le mani sempre in tasca e la testa leggermente inclinata quando ascoltava davvero. Alla spiaggia in Puglia la settimana prima, quando si erano trovati per caso sullo stesso tratto di costa e avevano parlato per ore senza che nessuno dei due ne avesse fatto una cosa grande. Ne aveva scritto anche, di quel pomeriggio in riva al mare, come ogni cosa di Riccardo che portava il nome di Tommaso: quella spiaggia vicino Bari dove aveva trovato qualcosa che non sapeva di cercare.

Ventitré anni, Politecnico di Milano, origini baresi. A Milano aveva un modo di stare al mondo che qui non trovava spazio. Qui era il figlio di Carmela e Salvatore, il primo della famiglia a laurearsi, quello che aveva fatto bene e che sarebbe diventato qualcuno. Qui Tommaso non esisteva, e lui non sapeva ancora se fosse una fortuna o un problema.

La cena di famiglia

Le diciannove e trenta al tavolo di sempre

Alle diciannove e trenta sua madre lo aveva chiamato con quel tono preciso che non aveva equivalenti nel vocabolario di chi non era cresciuto nel Sud: non un'intimazione, qualcosa di più morbido e più definitivo insieme. Riccardo aveva chiuso il telefono, si era stirato, era uscito dalla stanza.

C'erano sua madre Carmela, cinquantasei anni, capelli tinti di ramato e mani che avevano sempre qualcosa da fare. Suo padre Salvatore, seduto in fondo al tavolo con la postura di chi ha smesso di aspettarsi sorprese dalla vita. Suo fratello Michele, diciassette anni, che guardava il telefono sotto il tavolo credendo che nessuno se ne accorgesse. Pasta al pomodoro, pane di Altamura, acqua del rubinetto. Normale.

Era stata la terza forchettata, forse la quarta, quando sua madre aveva alzato gli occhi dal piatto. Le domande erano arrivate nell'ordine di sempre: come stai, hai amici, esci, stai mangiando abbastanza. Riccardo aveva risposto a tutto senza troppo sforzo. Andava bene, sì, aveva compagni del corso, sì, usciva. La risposta di suo padre era stata un annuido. Quella di Michele il silenzio di chi non è interessato.

Pausa. Il tipo di pausa che Riccardo conosceva. Sua madre aveva posato il cucchiaio sul bordo del piatto.

La bugia

Un nome inventato, detto con una voce quasi normale

E una ragazza? Hai una ragazza, lì?

La domanda era arrivata con la naturalezza di chi non considera che potrebbe essere quella sbagliata. Non c'era cattiveria, non c'era pressione, c'era solo la tovaglia a fiori e il rumore del cucchiaio che tornava a posarsi e un silenzio di tre secondi che a Riccardo erano sembrati trenta.

Aveva detto sì.

Non aveva pianificato niente. La risposta era uscita prima che potesse fermarla, con la voce di qualcuno che risponde a una cosa ovvia. Sì, c'è una ragazza. Si chiama Laura, fa la magistrale in Economia.

Sua madre aveva sorriso. Suo padre aveva alzato la testa e annuito, come se quella fosse l'unica cosa che serviva sapere. Suo fratello non aveva smesso di guardare il telefono.

La cena era continuata. Riccardo aveva mangiato altri due piatti, aveva risposto alle domande su Laura in modo sufficientemente vago, aveva bevuto un bicchiere di vino rosso che sua madre aveva aperto per l'occasione. Aveva persino riso a una battuta di suo padre su un vicino di casa. Era andato tutto bene.

Era andato tutto malissimo.

Il peso di quello che non si dice

In camera con la porta chiusa

Dopo cena aveva aiutato a sparecchiare. Aveva detto che era stanco del viaggio, aveva baciato sua madre sulla guancia, si era chiuso in camera alle ventuno e venti con una sensazione che non sapeva come chiamare. Non era vergogna, non esattamente. Era qualcosa di più preciso, come un debito contratto con qualcuno che non era presente a quella cena.

Si era seduto sul letto con il telefono in mano e non aveva aperto nessuna app. Aveva fissato la schermata spenta per qualche minuto. Aveva pensato di scrivere a Tommaso, poi non lo aveva fatto. Cos'avrebbe scritto? Ho inventato una ragazza che si chiama Laura, fa la magistrale in Economia e non esiste?

Fuori la finestra Bari faceva il suo rumore di sempre: una motoretta in lontananza, voci dal balcone del palazzo di fronte, il cane del vicino che abbaiava a qualcosa nell'ombra. Tutto identico a com'era sempre stato. Tutto impossibile da raccontare a chiunque fosse seduto a quel tavolo.

La notte e Tommaso

Solo nel buio della stanza di quando era ragazzo

Si era tolto le scarpe, poi la maglietta. Aveva aperto le persiane di qualche centimetro, quel tanto che bastava a far entrare l'aria della notte senza la luce del lampione. Poi si era sdraiato con i jeans ancora addosso e aveva chiuso gli occhi.

Tommaso era arrivato senza essere chiamato, come faceva sempre ultimamente.

Non il Tommaso della sauna, non quello concreto con la pelle sudata e la voce bassa. Il Tommaso di pomeriggio, quello che stava sulla spiaggia con le ginocchia tirate su e raccontava della sua famiglia a Torino con un tono leggero che nascondeva qualcosa. Quello che rideva in un certo modo quando Riccardo diceva qualcosa di inaspettato, con la testa che si abbassava un attimo prima di rispondere, come se stesse elaborando qualcosa di importante prima di lasciarlo uscire.

Riccardo aveva allungato una mano verso il bordo del letto, poi si era fermato. Aveva pensato a sua madre che in quel momento era in salotto a guardare la televisione. Aveva pensato alla tovaglia a fiori. Poi aveva smesso di pensarci.

Si era slacciato i jeans lentamente, con attenzione, come se il rumore potesse arrivare attraverso le pareti. La stanza era quasi buia, l'unica luce era quella che filtrava dalle persiane in strisce sottili sul muro di fronte. Si era preso il tempo di stare fermo prima di toccarsi, ritrovando nelle dita la stessa calma con cui Tommaso posava le sue sul tavolo quando stava ascoltando davvero.

Pensava a lui con una nitidezza che di giorno riusciva quasi a controllare. La curva della spalla, la voce con cui diceva le cose importanti senza alzare il tono, il modo in cui lo aveva guardato sulla spiaggia come se Riccardo fosse una persona intera e non un insieme di cose da capire. Si era mosso lentamente, senza fretta, lasciando che l'immagine restasse ferma. Aveva immaginato le mani di Tommaso, quelle mani con le dita lunghe che aveva memorizzato senza volerlo fare, e aveva lasciato che la tensione della serata scivolasse via nel buio.

Quando era arrivato aveva portato la mano alla bocca per non fare rumore. Aveva trattenuto il respiro per qualche secondo. Poi era rimasto immobile.

Il soffitto era lo stesso di sempre. Il cane del vicino abbaiava ancora. In salotto sua madre stava ancora guardando la televisione, probabilmente con il volume un po' alto come faceva sempre da quando aveva smesso di sentirci bene dall'orecchio sinistro.

Riccardo si era girato su un fianco e aveva fissato il poster della Juventus nell'oscurità. Aveva pensato a Laura, il nome che aveva detto a tavola con una voce quasi normale. Aveva pensato a cosa avrebbe detto domani se gli avessero fatto altre domande. Il debito era ancora lì, più preciso adesso, come una firma su un foglio che non aveva letto prima di siglarlo.

Aveva chiuso gli occhi. Aveva aspettato che arrivasse il sonno.

I racconti gay famiglia che non si dicono mai finiscono così: non con una confessione, non con una scena. Con qualcuno che chiude gli occhi nella stanza di quando era ragazzo e aspetta che la notte passi da sola. Come tanti altri hanno aspettato, come quella notte prima di dirlo che ancora non è arrivata, e chissà quando arriverà.

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