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Davide e Sergio al ricevimento di matrimonio, villa sui Castelli Romani

Racconti gay daddy: Sergio riappare al matrimonio

| Incontri gay casuali

I racconti gay daddy li senti sempre da qualcun altro. Un amico che li racconta con una certa voce, il tono abbassato, la pausa giusta prima del dettaglio che non sai se inventato. Poi ti capita di averne uno che è tuo, uno che hai vissuto davvero, e la voce con cui lo racconti a te stesso è esattamente quella, bassa, con la pausa giusta. Il mio era Sergio. Sergio al matrimonio di Alessandro, a luglio, in una villa sui Castelli Romani con le luci tirate tra gli alberi e la musica che arrivava attutita dal parco.

Alessandro sposa Filippo, e io trovo Sergio al tavolo B

Alessandro è il mio amico del corso triennale, quello con cui avevo condiviso tre esami e molte colazioni alla mensa della Sapienza. Non ci vediamo spesso ma ci teniamo, come si fa con le persone che sanno chi eri prima di diventare chi sei. Suo marito si chiama Filippo, lo conosco di vista da due cene precedenti, silenzio educato e sorriso sicuro. Il matrimonio era stato annunciato con otto mesi di anticipo, la villa era su una collina vicino a Marino, il tipo di posto dove il cellulare prende male e il tramonto dura quaranta minuti abbondanti.

Ero arrivato da solo, la cravatta di mio fratello stretta un po' più del solito perché la mia non trovavo. Mi ero seduto al tavolo B, vicino alla fontana, con i colleghi di lavoro di Alessandro che non conoscevo nessuno. Poi avevo alzato gli occhi e avevo visto Sergio.

Un uomo che sa fare cose lentamente

Sergio è un uomo di cinquantatré anni, ex professore in una università privata, ora consulente. Fisico solido, non palestrato, il tipo di corpo che si porta addosso senza rifletterci. Capelli bianchi sopra le orecchie, una piccola cicatrice sul mento, le mani grandi con le unghie tenute corte. Quello che mi aveva colpito la prima volta, in un bar nel Pigneto a inizio primavera, era la lentezza con cui faceva tutto: ordina, aspetta, nota.

Stavolta aveva addosso un abito grigio chiaro, cravatta bordeaux, stava parlando con il padre di Filippo vicino al muretto basso che separava il giardino dalla terrazza. Lo aveva notato lui per primo. Quando i nostri sguardi si erano incrociati, un quarto di secondo, non aveva cambiato espressione.

Avevo guardato giù nel bicchiere.

Tre ore di brindisi e sguardi che non appartengono a nessuno

Il pranzo era durato tre ore. Discorsi lontani, brindisi, un bambino che piangeva due tavoli più in là, il sole che calava piano verso le colline. Di tanto in tanto alzavo gli occhi e incontravo i suoi. Sergio non cercava quell'incontro e non lo evitava. Era lì, tra centinaia di persone, e si comportava esattamente come chiunque altro.

La cosa più trasgressiva che avesse fatto fino a quel momento era guardarmi per due secondi di più del dovuto mentre alzava il bicchiere verso di me, un brindisi a distanza che nessuno intorno a noi avrebbe mai interpretato come tale. Eppure era stato abbastanza. Aveva alzato il calice, io avevo alzato il mio, e tra gli ottanta invitati che brindavano ad Alessandro e Filippo c'era un accordo che non aveva niente a che fare con il loro matrimonio.

Il momento in cui il parco diventa un posto privato

Quando la musica era ricominciata fuori, verso le otto, mi ero alzato dal tavolo. Avevo bisogno di aria, o almeno mi ero detto così.

Il parco della villa era grande, con quei viali di ghiaia che scricchiolano e le siepi che diventano buie prima del cielo. Mi ero fermato vicino a una grande magnolia in fondo al viale principale, abbastanza lontano dalla terrazza da non sentire le conversazioni, abbastanza vicino da sentire la musica.

Sergio era arrivato cinque minuti dopo.

Non era una coincidenza e non fece finta che lo fosse.

«Avevo paura che ti fossi perso,» disse.

La sua voce era quella, uguale a tre mesi fa. Bassa, con la pausa prima della cosa che conta.

«Sai sempre dove trovi l'uscita,» risposi.

Rise piano, il tipo di riso che non fa rumore. «Lo sapevo di te. Fin dalla prima volta.»

Non rispose a niente di preciso, era solo la conferma di qualcosa che era già deciso da prima che io alzassi gli occhi al tavolo B. Restammo fermi, la schiena mia alla magnolia, lui a un passo. La musica arrivava attutita dal parco, qualcosa di lento, il tipo di canzone che nessuno si ricorda ma che tutti riconoscono.

La dependance e quello che succede quando non ci vede nessuno

Mi disse che c'era una dependance, dall'altra parte del parco, usata per il catering il giorno prima e adesso vuota. Disse solo quello, poi si allontanò verso sinistra. Aspettai tre minuti buoni, tanto da sentire il disagio di stare fermo da solo nel viale, poi lo seguii.

La dependance era una piccola costruzione in mattoni rossi, una porta di legno non chiusa a chiave. Dentro buio e odore di legno caldo. Lui era già lì.

Le mani di un uomo di cinquantatré anni

Sergio prese la mia cravatta con due dita e la allentò senza slacciarla del tutto. Aveva le mani che ci si aspettano da un uomo così: larghe, precise, calde. Il buio era quasi totale tranne la luce bassa che filtrava dall'unica finestra verso il giardino.

«Stai bene?» disse. La stessa domanda dell'altra volta.

«Sì,» dissi. Anche questa volta era vera.

Mi tolse la giacca con calma, la appoggiò su quello che sembrava uno sgabello, poi tornò su di me. Mi allentò ancora la cravatta, poi la lasciò lì, attorno al collo, come se non valesse la pena finire il lavoro. Le sue mani erano sul mio petto, sopra la camicia, sentivo il calore attraverso il cotone. Quando mi appoggiò al muro con le spalle, piano, non improvvisamente, rimasi fermo.

Cominciò dal collo. La bocca calda, la barba corta che grattava appena sotto il mento, le mani che tenevano i miei fianchi senza stringere. Scese lentamente, la camicia aperta bottone per bottone, il suo respiro regolare a differenza del mio che stava diventando corto. Quando arrivò al ventre si fermò, alzò gli occhi verso di me nel buio.

«Bene,» disse, non come domanda.

Il ritmo di chi ha tutto il tempo che serve

Si abbassò ulteriormente. Sentii le sue mani sul cinturone, il suono della fibbia, il tessuto che scendeva. Aveva cinquantatré anni e sapeva quello che stava facendo con la stessa sicurezza con cui ordinava da bere. Prese tempo, non aveva fretta. Quando prese in bocca lo fece con la stessa lentezza, profondo, le mani che tenevano i miei fianchi contro il muro, e io con le dita tra i suoi capelli bianchi nel buio di una dependance a un matrimonio che stava ancora suonando dall'altra parte del parco.

Rimase così abbastanza a lungo da farmi mordere le nocche della mano sinistra per non fare rumore. Fuori, qualcuno rideva ad alta voce e poi smetteva.

Quando mi rialzò era lui che mi teneva su, le mani sulla schiena. Lo sentii pronto attraverso il tessuto. Cercai il preservativo che tenevo sempre nel portafoglio ormai da tre mesi, da quando avevo capito che Sergio era qualcuno che tornava. Me lo tolsi dalle mani con delicatezza e si occupò del resto.

Rimase lento, com'era lento in tutto. La pressione del muro alle spalle, il suo respiro contro il mio collo, la musica attutita dall'esterno. Parlò poco, qualche parola bassa, il mio nome una volta sola. Quando finii lo feci quasi in silenzio, la fronte sulla sua spalla, i polmoni che cercavano aria piano.

Restammo fermi un momento, poi si staccò con cura. Si ricompose in modo metodico, come chi conosce queste situazioni dall'interno. Io raccolsi la giacca dallo sgabello.

«Hai la cravatta di traverso,» disse.

La sistemai nel buio, a occhio. Non bene, ma abbastanza.

Il ritorno alla terrazza, ognuno per conto suo

Uscii dalla dependance tre minuti prima di lui. Tornai al tavolo B, presi il bicchiere, sorrisi a una collega di Alessandro che stava raccontando qualcosa del suo cane. Annuii nel punto giusto.

Sergio riapparve sulla terrazza un po' dopo, prese posto vicino al buffet dei dolci, scambiò due parole con il padre di Filippo. Nessuno lo aveva cercato. Nessuno aveva notato nulla.

Quando il matrimonio finì, verso mezzanotte, uscimmo separati. Fuori, la collina aveva ancora l'odore del tardo luglio, secco e caldo. Avevo ancora la cravatta di mio fratello attorno al collo, non perfettamente dritta.

La sistemai mentre aspettavo il taxi.