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Racconti gay daddy: il padre di Filippo, l'amico di sempre

Racconti gay daddy: il padre di Filippo, l'amico di sempre

| Incontri gay casuali

Mi chiamo Davide, ho ventiquattro anni, studio Storia magistrale a Roma e lavoro nel pomeriggio in una libreria di Trastevere. Sergio è il padre di Filippo, il mio amico più stretto dai tempi del liceo Mamiani, abbiamo passato insieme metà adolescenza nel salotto di casa loro ai Parioli. Sergio ha cinquantun anni, è sposato con Maria da ventisei, lavora in uno studio legale di via Po, e io ero entrato in casa sua un numero di volte che non ho mai contato. Quel pomeriggio di marzo ci sono stato in una circostanza che da quel giorno noi due abbiamo tenuto per noi, e che è la cosa più precisa che posso raccontare di che cosa significhino davvero, per me, i racconti gay daddy.

Il pomeriggio che Filippo non c'era

Avevamo concordato per le quindici, biblioteca Casanatense fino all'una, pranzo veloce al bar di piazza Ungheria, poi a casa sua per studiare insieme Storia Moderna. Eravamo verso fine marzo, una giornata romana di vento freddo e sole alto. Filippo è alla triennale di Giurisprudenza al terzo anno e doveva preparare un esame di diritto romano che lo terrorizzava, e ci aiutiamo come ci aiutiamo da sempre, ognuno spiegando all'altro la propria materia, ma nessuno dei due capendo davvero quella dell'altro.

Sono arrivato in via Eleonora Duse alle quindici e dieci. Sergio mi ha aperto in tuta da casa, una felpa grigia consunta sul collo e pantaloni di cotone scuro, scalzo. Aveva l'aria di uno che aveva lavorato fino a tardi la sera prima e si era preso il pomeriggio a casa per compensare. Mi ha salutato come mi salutava sempre, una stretta di mano e una mano sulla spalla, niente più. "Filippo è ancora in biblioteca, mi ha mandato un messaggio dieci minuti fa, dice un'altra ora. Maria è a Padova fino a domani per un convegno. Ti faccio un caffè, intanto."

L'ho seguito in cucina. La cucina dei Parioli che conosco da quindici anni, marmo grigio, mobili di legno chiaro, finestra sul giardino interno del condominio. Sergio si muoveva con la calma di un uomo nel suo perimetro, ha caricato la moka, ha tirato fuori due tazzine, mi ha chiesto come stava mio padre, gli ho detto che stava bene. Non avevo mai pensato a Sergio come a un uomo, in quei quindici anni. Era il padre di Filippo. Era una categoria a parte nella mia testa, un'autorità affettuosa, una cosa che era sempre stata lì come la libreria del salotto.

Quel pomeriggio, però, mentre lui aspettava la moka appoggiato al banco, l'ho guardato dalla seggiola del tavolo della cucina, e per la prima volta in quindici anni l'ho visto. Capelli grigi corti, ancora folti, un fisico tenuto in piedi da una palestra discreta, le mani grandi con il palmo callo del nuotatore amatoriale. Aveva le maniche della felpa rimboccate sugli avambracci, e gli avambracci avevano una venatura di lentiggini chiare che dovevano essere lì da decenni e che io non avevo mai notato. Mi sono accorto che lo stavo guardando troppo. Ho abbassato gli occhi sulla tazzina vuota.

Lo studio, la libreria, il libro che mi ha passato

Sergio aveva uno studio piccolo in fondo al corridoio, dove a volte Filippo mi portava per usare il computer fisso o per consultare un'enciclopedia. Mi ha proposto di aspettare lì, "almeno hai pace per ripassare", e io ho accettato perché in cucina cominciava a esserci un imbarazzo che non sapevo come gestire. Mi ha lasciato il caffè e i miei appunti, ha detto "se ti serve qualcosa sono in salotto", ed è uscito.

Dieci minuti dopo è tornato con un libro in mano. Era un volume di storia del diritto romano, edizione Cedam degli anni Settanta, che secondo lui poteva servirmi come fonte secondaria per un capitolo della mia tesina. Era una scusa, e l'ho capito mentre me lo passava sopra la scrivania. Era una scusa fatta bene, perché il libro era pertinente davvero. Quando me l'ha passato, le sue dita hanno toccato le mie sul dorso della copertina, e non si sono ritirate per due secondi più del necessario. Ho alzato gli occhi e l'ho guardato. Lui mi ha sostenuto lo sguardo.

"Davide."

"Sì."

"Se sto facendo un errore mi fermo subito. Ma vorrei chiederti una cosa prima."

"Chiedimela."

Si è seduto sulla poltrona di pelle di fianco alla scrivania, una di quelle Frau di trent'anni fa, non sulla sedia di fronte a me. "Da quanto tempo guardi anche gli uomini?"

Ho deglutito. La domanda non era casuale ed entrambi lo sapevamo. "Da diciotto anni, più o meno. Ma sul serio da quattro."

"E Filippo lo sa?"

"No."

"Dovresti dirglielo, prima o poi. Non per me. Per te."

Ha fatto una pausa. Si è passato una mano sul collo, come se decidesse se andare avanti o tornare indietro. "Io ho cinquantun anni, sono sposato con una donna che amo, e se ti dico che da un po' di tempo mi rendo conto di aspettare il giorno in cui passi a casa, è perché ho deciso che lo dovevo dire una volta. Tu adesso fai quello che vuoi. Io non ti chiedo niente di più di quello che vuoi tu, e niente che dia fastidio a Maria o a Filippo se non lo sapranno mai. Se preferisci che ti dia il libro e basta, ti do il libro e basta."

L'ho guardato per cinque secondi. Mi sono alzato, ho fatto due passi verso la sua poltrona, mi sono seduto sul bracciolo. Lui non si è mosso. Ho appoggiato una mano sulla sua, sopra il bracciolo, e l'ho lasciata lì per un secondo. Poi mi sono inclinato e l'ho baciato. Aveva la barba di un giorno, una bocca calda e ferma, e un sapore di caffè e di una colonia leggera al cedro. Le sue mani sono andate prima sul mio fianco sopra il maglione, poi sotto, sulla schiena, calde e larghe.

La poltrona, e la moquette beige

Mi sono spostato dal bracciolo al suo grembo, ginocchia ai lati delle sue cosce, lui seduto e io sopra di lui. Il bacio è cambiato registro, è diventato più lento, più pieno. Le sue mani sono andate sotto il maglione e me l'hanno tolto in un movimento solo. Aveva una bocca esperta in un modo che mi ha spiazzato, di chi sa quello che fa perché lo fa da decenni, ma niente fretta, niente pretesa. Quando mi sono tirato indietro per guardarlo, lui ha sorriso. "Stai bene?" "Sì." "Davvero?" "Davvero."

L'ho aiutato a togliersi la felpa. Aveva il petto largo, peli grigi e scuri mescolati, due piccoli nei sulla scapola sinistra che ho visto quando si è piegato in avanti. Sono sceso dalla poltrona e mi sono inginocchiato fra le sue ginocchia, gli ho slacciato i pantaloni di cotone. Lui mi ha messo una mano nei capelli senza tirare, solo per sentire dove fosse la mia testa. L'ho preso in bocca con calma. La sua mano sui miei capelli si è chiusa un attimo quando ho trovato il ritmo che funzionava, e si è allentata di nuovo.

Quando ha cominciato a sussurrare "fermati un secondo" mi sono fermato. Mi ha tirato su per le ascelle, mi ha fatto sedere accanto a lui sulla poltrona, mi ha sbottonato i pantaloni con la stessa calma con cui aveva caricato la moka mezz'ora prima. Mi ha preso in bocca lui adesso, e il modo in cui lo faceva era diverso da quello che conoscevo, niente ostentazione, una cura quasi seria.

"Vuoi che andiamo oltre?" mi ha chiesto, alzando gli occhi.

"Sì."

"Hai un preservativo?"

"In tasca, ne avevo preso uno la sera prima e non l'avevo usato."

"Allora andiamo."

Mi sono alzato, l'ho aiutato ad alzarsi. Mi ha fatto piegare in avanti, le mani appoggiate alla scrivania accanto al libro Cedam, le gambe leggermente divaricate sulla moquette beige dello studio. Ha messo il preservativo che gli avevo passato, è entrato lentamente, una mano sul mio fianco, l'altra sulla mia spalla. Ha tenuto un ritmo basso e profondo, controllato dal fatto che la finestra dello studio dava sul corridoio e Filippo poteva tornare in qualunque momento. Abbiamo dovuto stare attenti al respiro più che ai movimenti. La sua bocca era contro la mia nuca, "piano", sussurrato, e quando ha detto "piano" la seconda volta ho capito che il ritmo era quello e l'ha tenuto, finché non ho appoggiato la fronte sul libro Cedam e tutto si è chiuso silenziosamente come doveva, la sua mano sul mio fianco che ha stretto una volta, breve, preciso.

Si è ritirato lentamente. Si è rivestito con la stessa calma di prima, è andato in bagno, è tornato. Mi ha guardato con un'espressione che non era né di trionfo né di scusa, ma di un uomo che aveva appena fatto una cosa che aveva deciso di fare e che adesso sapeva di doverla incassare. "Filippo arriva fra un quarto d'ora," ha detto. "Vai in cucina, fatti un altro caffè. Io rimetto a posto qui."

Filippo è arrivato venti minuti dopo

Filippo è arrivato venti minuti dopo, sudato dalla bicicletta, con tre libri sotto il braccio e la solita lamentazione sul diritto romano. Abbiamo studiato in cucina fino alle ventuno, con Sergio che è passato due volte a chiederci se volevamo qualcosa, in una normalità che era esattamente quella di sempre. Quando me ne sono andato, Sergio mi ha salutato sulla porta come mi ha sempre salutato, una mano sulla spalla, "salutami papà". Sulla scala ho aspettato che la porta si chiudesse, poi ho controllato il telefono. Mi aveva mandato un messaggio mezz'ora prima dal suo studio: "Quando vuoi, casa è la tua. Io a Maria non lo dirò mai. Ma tu non devi tenere niente di pesante sulle spalle. Vai con leggerezza."

Ho cancellato il messaggio appena letto. Sapevo già che ci sarebbe stata una seconda volta, e una terza, e che avremmo tenuto la cosa fra di noi nello stesso modo educato in cui Sergio aveva chiesto. Quello con lui era stato il primo confine apparente che attraversavo da quando avevo cominciato a vedermi davvero, e qualche settimana più tardi ne avrei attraversato un altro in un casolare di Maremma con un cugino acquisito ritrovato adulto. Ma fra le due cose c'era una distanza precisa che a Sergio dovevo, e che con il tempo ho imparato a chiamare con la parola adulta giusta.