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Racconti gay daddy: il professore che non voleva sesso

Racconti gay daddy: il professore che non voleva sesso

| Incontri gay casuali

I racconti gay daddy che mi hanno sempre convinto di più non sono quelli dove il maturo vuole subito qualcosa. Sono quelli dove ti spiazza, dove fa una cosa che non ti aspetti. Il professor Calogero Rinaldi aveva 52 anni, insegnava filosofia del linguaggio al secondo piano del dipartimento di Lettere, e la prima cosa che mi aveva detto, quel martedì di aprile in cui avevo bussato alla porta del suo studio per discutere la tesi, era stata: "Si accomodi, ho fatto il caffè."

Non lo dico per il caffè in sé. Lo dico perché era metà pomeriggio, l'aula magna stava finendo di riempirsi di studenti per una conferenza, e lui aveva chiaramente aspettato che arrivassi prima di premere il pulsante della macchina. Questo mi aveva fatto pensare. E quando mi metto a pensare su qualcuno, di solito finisce in un certo modo. Quella volta non è finita così, almeno non subito.

Il professore e la porta aperta

Un ufficio che sapeva di libri e polvere buona

Lo studio del professor Rinaldi era al secondo piano di un edificio anni Settanta, con le finestre che davano sul cortile interno del dipartimento. Scaffali su tre pareti, libri disposti senza ordine apparente ma senza polvere, un tavolo largo e disordinato nel modo preciso di chi sa dove si trova ogni cosa. Lui era seduto dietro, con la giacca beige e la cravatta slacciata di un nodo, i capelli grigi tagliati corti, la barba di due giorni che non sembrava dimenticanza ma scelta. Occhi chiari, 52 anni che portava come se non ci pensasse. Le mani grandi su una penna che teneva senza scrivere.

Avevo 24 anni, una tesi magistrale in ritardo di un semestre e una consuetudine con i daddy che mi aveva insegnato a riconoscere i segnali. Quello che mi confondeva, con Rinaldi, era che i segnali non c'erano, oppure erano tutti sbagliati. Mi aveva offerto il caffè. Mi aveva chiesto della tesi con una concentrazione che sembrava autentica. Aveva corretto tre miei argomenti senza che sembrassero correzioni, ma domande che mi portavano a rispondermi da solo.

Non è questo il tipo che flirta, pensavo. E invece continuavo a essere lì, seduto su quella sedia di legno con i braccioli consumati, a seguire il modo in cui spiegava Wittgenstein come se stesse raccontando qualcosa di personale.

La prima ora

Avevamo parlato per quasi un'ora. Non di me, non di lui, ma di linguaggio, di come le parole creano il mondo piuttosto che descriverlo. Avevo risposto a tutto. A un certo punto mi ero accorto che stavo parlando più di quanto facessi normalmente con i professori, che le mie frasi erano complete, che non cercavo l'approvazione nei suoi occhi dopo ogni affermazione. Lui non approvava né disapprovava. Ascoltava.

"Ha letto Agamben sul profanare?" mi aveva chiesto a un certo punto.

No, non l'avevo letto. Me lo aveva indicato su uno scaffale. Non me lo aveva dato, me lo aveva indicato, come se fosse una cosa normale avere libri a portata di mano da regalare agli studenti. Avevo preso il libro. Lui aveva continuato a parlare. Io avevo continuato ad ascoltare.

Il caffè del martedì successivo

Una seconda volta non casuale

La settimana dopo ero tornato con il libro restituito e tre pagine di appunti. Non me lo aveva chiesto, ma sentivo che era la cosa giusta da fare, come presentarsi preparati a un appuntamento che formalmente non era un appuntamento. Lui aveva letto i miei appunti in silenzio, aveva detto "bene" due volte, aveva segnato qualcosa con la sua penna, poi aveva alzato gli occhi e mi aveva detto: "Lei ragiona per immagini. Non è un difetto, ma deve imparare a tradurlo in struttura."

Era la prima critica diretta che mi rivolgeva. Avevo sentito qualcosa stringersi nello stomaco, non di spiacevole, di acuto. Come quando un muscolo che non sapevi di avere fa resistenza.

"Ci vediamo martedì prossimo?" aveva detto lui alla fine, risistemando i miei fogli in una cartellina che aveva aperto e chiuso come se contenessero qualcosa di suo.

Sì, ci vedevamo martedì prossimo. E quello dopo. E ancora quello dopo. Il caffè c'era sempre. La macchina era già premuta quando arrivavo. Continuavo a non capire se era abitudine o qualcos'altro, e questa incertezza era diventata la parte migliore delle mie settimane.

Cosa non succedeva e perché era strano

Con Sergio, il daddy che avevo frequentato a Roma l'autunno precedente, tutto era stato fisico e diretto, senza equivoci. Quello che cercavo in un daddy lo conoscevo abbastanza bene da riconoscerlo: qualcuno che tenesse lo spazio, che non avesse fretta di riempire i silenzi, che sapesse guardare senza che lo sguardo diventasse subito una domanda.

Rinaldi teneva lo spazio. Non riempiva i silenzi. Mi guardava senza che lo sguardo diventasse una domanda.

Ma non faceva nient'altro.

Non c'era nessun segnale che andasse oltre la stanza, oltre i libri, oltre la tesi. E io, che di solito leggevo bene queste cose, continuavo a trovarmi in una zona che non sapevo nominare. Non rifiuto, non interesse, non indifferenza. Qualcosa che non aveva ancora un nome nell'esperienza che avevo accumulato fino a quel momento.

L'ultima mezz'ora di aprile

La domanda che non facevo

All'inizio di maggio, dopo quattro martedì consecutivi, avevo capito una cosa: Rinaldi mi stava insegnando qualcosa, ma non era la filosofia del linguaggio. O non era solo quella. Mi stava mostrando come si sta in una stanza con qualcuno senza che quella stanza debba trasformarsi in qualcos'altro per avere un senso.

Era un concetto nuovo per me. Con lui capivo che esisteva un tipo di attenzione senza urgenza, un interesse che non cercava di risolversi in niente di immediato. Non so se lo faceva consapevolmente. Non so se si rendeva conto di quello che stava producendo in me. Non glielo avevo chiesto, e non gliel'avrei chiesto, almeno non ancora.

Quel martedì era rimasto in piedi vicino alla finestra mentre io raccoglievo i miei appunti. La luce del pomeriggio gli prendeva di lato il profilo, quella barba di due giorni che nel tempo avevo imparato a riconoscere come parte del personaggio quanto la cravatta slacciata. Settantadue chili, poco più, avevo pensato senza motivo preciso, le mani di chi ha scritto molto a mano.

"Martedì prossimo?" aveva detto lui, senza girarsi.

"Martedì prossimo," avevo risposto io.

Ero uscito dallo studio con Agamben sotto il braccio, un secondo libro che lui aveva deciso di prestarmi, e una sensazione difficile da mettere a fuoco. Non aspettativa, non frustrazione. Qualcosa di più lento. Come quando inizi un libro di cui non vuoi sapere il finale.