
Racconti gay cugino: Edoardo, il weekend in Maremma
Mi chiamo Davide, ho ventiquattro anni, studio Storia a Roma e lavoro nel pomeriggio in una libreria di Trastevere. Quel weekend in Maremma, in un casolare di famiglia per il ponte del primo maggio, è successo qualcosa che nessuno dei dodici parenti presenti saprà mai. Il protagonista, oltre a me, era Edoardo. Cugino di un cugino acquisito di mia madre, parentela doppia per matrimonio, nessuna goccia di sangue in comune. Tra i racconti gay cugino il nostro è quello che parte dal posto opposto rispetto al cliché: nessuna consanguineità, nessun confine etico violato, solo due ventiquattrenni in una casa piena di parenti.
La cena del sabato, e gli sguardi che non c'erano stati
Il casolare era della famiglia di mia madre dal 1971, una di quelle case basse di pietra ocra in mezzo agli ulivi della bassa Maremma, con il forno a legna ancora funzionante e una tavolata da dodici sotto il portico. Eravamo arrivati il venerdì pomeriggio, io e mia madre da Roma. Edoardo l'avevo visto due volte in vita mia, l'ultima a un funerale tre anni prima, e non l'avevo mai veramente notato. Era arrivato sabato mattina con i suoi genitori da Firenze, salutandoci tutti con quella naturalezza fiorentina che ha sempre un mezzo sorriso dentro.
Aveva ventiquattro anni come me, studiava Storia dell'Arte alla Normale, capelli castano chiaro un po' lunghi sopra le orecchie, una camicia di lino bianca aperta sui due bottoni in alto, jeans larghi, mocassini consumati. Quando ci hanno presentati di nuovo, davanti al lavandino della cucina dove stavo sciacquando pomodori, mi ha detto "ricordo che giocavamo a nascondino dietro il fienile da bambini" con un'espressione a metà tra il divertito e il curioso, come se quella frase fosse un test. Gli ho risposto che mi ricordavo anch'io, anche se non ero per niente sicuro che fosse vero.
Mentre apparecchiavamo, mi sono fatto mentalmente la genealogia per la decima volta in mezza giornata, perché certe cose le devi avere chiare con te stesso. Il padre di Edoardo era cugino di zia Giovanna, sposata con lo zio acquisito di mia madre. Cugini di un cugino acquisito, nessun legame di sangue. Ho ripetuto la frase nella testa come si ripete una data prima di un esame, e l'ho lasciata lì.
La cena è iniziata alle otto e mezza sotto il portico. Dodici persone, candele dentro barattoli di vetro, le cicale che cominciavano nel buio degli ulivi. Edoardo era seduto dall'altra parte della tavola, due posti più in là di me. Non ci siamo guardati spesso durante la cena, ma quando lo abbiamo fatto, ho avuto la sensazione molto chiara che lui stesse cercando i miei occhi prima di me. Una volta, mentre passava il vino a sua madre, mi ha trattenuto lo sguardo per due secondi di più del necessario, poi ha sorriso come se mi avesse detto qualcosa che entrambi avevamo capito.
Verso mezzanotte la tavolata si è sciolta. I più grandi sono andati a dormire per primi, gli adulti di mezza età si sono spostati in salotto con un amaro, noi tre ragazzi più giovani siamo rimasti in cucina a finire i biscotti. Mia cugina Beatrice di diciassette anni è andata a letto verso l'una. Io ho detto che salivo a fumare una sigaretta sul terrazzo. Edoardo ha aspettato esattamente quattro minuti, poi è salito anche lui.
La notte, il terrazzo, e il cigolio del pavimento
Il terrazzo del primo piano è una piattaforma di mattoni vecchi affacciata sugli ulivi e su una collina di cipressi neri stagliati contro il cielo. C'era una luna piena di maggio, di quelle che fanno luce abbastanza da leggere. Non avevo davvero le sigarette, gliel'ho detto quando è arrivato, e lui ha riso piano. "Lo sapevo," ha detto. "Le sigarette le tieni in macchina, ti ho visto questo pomeriggio."
Ci siamo appoggiati al parapetto di pietra fianco a fianco. Lui ha cominciato a parlare di Firenze, della tesi su Bronzino che doveva chiudere a luglio, del fatto che a Roma non veniva da quattro anni. Io gli ho parlato della libreria di Trastevere dove lavoravo, di come avevo scelto Storia perché non sapevo cos'altro fare, di mio padre che ancora sperava cambiassi idea. Ogni due o tre frasi qualcuno dei due si voltava a guardare l'altro, e ogni volta che lo facevamo eravamo più vicini di prima sulla pietra.
"Lo sai che non siamo cugini, vero?" mi ha chiesto a un certo punto, senza alzare la voce, gli occhi sugli ulivi.
"Mi sono fatto la genealogia in testa tutto il giorno."
"L'ho chiesto io a mia zia stamattina, in macchina, mentre venivamo da Firenze. Volevo essere sicuro."
"Sicuro di cosa?"
Lui ha tirato un mezzo sorriso senza guardarmi. "Di poterti chiedere se hai una sigaretta."
Ho riso piano. Lui ha smesso di sorridere, mi ha guardato la bocca per un secondo, e quella è stata l'unica cosa che mi è servita. Mi sono spostato verso di lui, una mano sul fianco di pietra dietro di lui, e l'ho baciato. Aveva il sapore del Morellino della cena e di qualcosa di leggermente speziato, forse menta. Le sue mani sono andate prima sui miei fianchi, poi sulla schiena sotto la maglietta. Aveva mani affusolate da uno che disegna, le unghie corte e pulite, dita più lunghe delle mie.
"Non possiamo farlo qui," ha sussurrato sulla mia bocca dopo un minuto. "Mio padre dorme nella stanza sotto."
"La mia stanza è in fondo al corridoio. La porta cigola."
"La mia è quella accanto al bagno. Non cigola."
Siamo scesi separatamente. Io ho aspettato cinque minuti sul terrazzo a finire una sigaretta che non avevo, lui è andato giù subito. Quando sono entrato nel corridoio del primo piano, il pavimento di cotto vecchio cigolava a ogni passo, una specie di sistema d'allarme involontario che la casa aveva costruito nei decenni. Ho contato le porte, sette, e mi sono fermato davanti alla penultima. Era socchiusa.
Dentro c'era solo la lampada da comodino accesa, un cono di luce calda che illuminava un angolo del letto matrimoniale e lasciava il resto in penombra. Edoardo si era già tolto la camicia ed era seduto sul bordo del letto, a piedi nudi. Ho chiuso la porta dietro di me con la stessa lentezza con cui si fa quando si vuole evitare qualunque rumore. Mi sono avvicinato e mi sono inginocchiato davanti a lui, gli ho messo le mani sulle ginocchia. Lui mi ha preso il viso fra le mani e mi ha baciato di nuovo, più lentamente di prima, come se avessimo tutto il tempo. Non lo avevamo, ed entrambi lo sapevamo.
Mi sono spogliato in piedi mentre lui mi guardava dal letto, una cosa che a Roma con altri non avevo mai fatto perché mi era sempre sembrata teatrale, e che lì invece ha avuto un senso preciso, perché lui voleva guardarmi e a me andava bene. Aveva una piccola voglia scura sul fianco destro, sotto le costole. Gli ho chiesto se era nato così. Ha annuito senza rispondere e mi ha tirato sul letto.
Mi ha preso in bocca lui per primo, una mano sulla mia coscia e l'altra al centro del petto come per tenermi fermo, anche se non avevo nessuna intenzione di muovermi. Ha la bocca lenta, esperta in un modo che non mi aspettavo da uno che studia Bronzino, e ogni volta che alzavo il bacino per istinto la sua mano sul petto premeva un poco di più, una forma di "stai qui" che aveva una sua chiarezza. Quando ho cominciato ad avvicinarmi troppo gli ho stretto i capelli e l'ho tirato su. "Aspetta," gli ho detto. "Voglio anche io."
Ci siamo invertiti. La sua pelle sapeva di un dopobarba al cedro che doveva essersi messo prima di scendere a cena, e di un sudore leggero della giornata calda. L'ho preso in bocca con calma, ascoltando il suo respiro che si faceva corto, le sue dita che cercavano i miei capelli senza stringere. Quando ha cominciato a sussurrare qualcosa ho rallentato per fargli riprendere fiato. Mi ha tirato su e ha detto "girati", una parola sola, chiara.
Aveva il preservativo in una tasca interna della valigia ai piedi del letto. Mi sono messo a quattro zampe sul letto, una mano sulla testiera in legno scuro per tenermi. Lui è entrato lentamente, una mano sul mio fianco, l'altra sulla mia spalla. Ha tenuto un ritmo basso e profondo, controllato dal fatto che il letto era vecchio e cigolava a ogni movimento più ampio. Cigolava come tutto il resto della casa, e il rumore era il problema. Abbiamo dovuto trovare il ritmo nello stretto compromesso fra il piacere e il silenzio, e questo lo ha reso più intenso. Ogni volta che il letto cigolava troppo lui si fermava e mi baciava la nuca, e ogni volta che ricominciava era leggermente diverso. La sua bocca era contro il mio orecchio, "piano", sussurrato, e poi "così". Ho appoggiato la fronte alla testiera e ho stretto il legno con tutte e due le mani quando è arrivato il momento, e tutto si è chiuso silenziosamente come doveva, il suo respiro sul mio collo, la sua mano che ha trovato la mia sulla testiera e l'ha stretta forte una volta, breve, preciso.
Siamo rimasti fermi qualche secondo. Si è ritirato lentamente, si è alzato, è andato in punta di piedi al bagno minuscolo della camera. Quando è tornato mi sono già rivestito a metà. "Quando vai via domattina?" gli ho chiesto. "Treno per Firenze alle dieci e mezza dalla stazione di Albinia," ha detto. "Tu?" "Pomeriggio. Auto con mia madre." Ha annuito. Ha preso il telefono dal comodino e me l'ha passato aperto sulla rubrica. Ho aggiunto il mio numero e gli ho restituito lo schermo senza dire il cognome. Mi ha baciato un'ultima volta sulla soglia, una cosa breve, quasi formale, e io sono uscito nel corridoio con il pavimento di cotto che cigolava di nuovo a ogni passo.
La domenica mattina, il caffè, e il silenzio
La domenica mattina al casolare comincia presto. Mia nonna è in cucina alle sei e mezza, alle sette si sentono le voci degli altri. Sono sceso alle otto e un quarto e ho trovato Edoardo già seduto al tavolo grande con un caffè in mano, fresco di doccia, capelli ancora bagnati pettinati indietro. Mi ha salutato con un cenno e lo stesso mezzo sorriso fiorentino di ieri mattina, perfettamente identico, come se la notte non fosse successa. Ho capito che era una scelta, non una rimozione, e gli sono stato grato.
Abbiamo fatto colazione tutti insieme sotto il portico, fette biscottate, marmellata di pesche di mia nonna, caffè della moka grande. Edoardo è stato presente nella conversazione quanto bastava, ha guardato me esattamente due volte in tutta la colazione, e ogni volta è stato un mezzo secondo. Era abbastanza.
Verso le dieci suo padre l'ha portato alla stazione di Albinia. Sono uscito sul piazzale a salutarli con tutti gli altri, l'ho abbracciato come si abbraccia un cugino acquisito che si è rivisto dopo tre anni, breve, asciutto, una mano sulla spalla. "A presto," ha detto. "A presto," ho risposto.
Sull'autostrada del pomeriggio, mentre mia madre guidava verso Roma, ho controllato il telefono. Il primo messaggio era del mio amico Tommaso da Milano, l'amico di sempre dai tempi del liceo a Roma, che mi mandava una foto della scrivania del suo dottorato e un riassunto allusivo del weekend appena passato in una sauna milanese che gli aveva cambiato la prospettiva. Gli ho risposto con un'emoji e basta, gli avrei raccontato la mia versione un'altra volta, magari mai. Il secondo messaggio era di Edoardo, mandato mezz'ora prima da Firenze: il contatto si era salvato come "Edo libreria", perché gli avevo dato il mio numero senza dirgli il mio cognome e lui aveva indovinato il mio mestiere. Il messaggio diceva una sola cosa: "non rovinare niente". Gli ho risposto "non rovino niente", e ho rimesso il telefono in tasca. Non ci saremmo scambiati altri messaggi per un mese, lo abbiamo deciso entrambi senza dirlo.
Il segreto non era una colpa ma una scelta consapevole, adulta, fatta da due persone che sapevano cosa stavano facendo e perché. In quel casolare di Maremma, in mezzo a dodici parenti, c'era uno spazio solo nostro, e per questo era nostro davvero.





