
Racconti gay capo: il collega junior che non avrei dovuto guardare così
I racconti gay capo non li cerchi. Emergono da soli, di venerdì sera, quando lo studio è vuoto e qualcuno ha dimenticato di andarsene a casa.
Erano le 20:40. L'open space della Moretti & Partners era deserto da un'ora, almeno così credevo. Le luci di sicurezza sul soffitto erano già passate al dimmer automatico, quella luce arancione bassa che di giorno non vedi mai e di notte cambia completamente la prospettiva dei tavoli da lavoro. Ho alzato gli occhi dal modello tridimensionale che stavo rivedendo e ho visto Giulio, ancora al suo posto in fondo alla sala.
Giulio Riva, 29 anni, junior da otto mesi. Bravo. Silenzioso nel modo giusto, quello che parla quando ha qualcosa da dire e nel resto del tempo osserva. Barba corta, quasi scura, mani grandi da disegnatore con un callo piccolo sull'indice della destra. E una cicatrice sottile sul mento, da una caduta in bici a Roma, me l'aveva raccontato durante il primo colloquio con la precisione di chi misura ogni dettaglio fisico del mondo che abita.
Avevo trentacinque anni. Lui ventinove. Lo studio era vuoto. Avrei dovuto finire la revisione e andarmene.
Lo studio vuoto di venerdì sera
Il tavolo in fondo alla sala
"Sei ancora qui," ho detto. Non era una domanda.
Giulio ha alzato gli occhi dallo schermo senza girarsi completamente. "Il render del Torino project non girava come doveva. L'ho risolto adesso." Pausa. "Tu?"
"Revisione piani. Ci vorrà ancora un'ora."
Ha annuito e ha abbassato gli occhi. In otto mesi non aveva mai chiesto perché restavo tardi. La maggior parte dei junior lo faceva per impressionare, per farsi vedere ancora in sede quando il senior passava. Giulio no. Restava perché aveva un problema da risolvere, e finché il problema non era risolto non aveva senso tornare a casa.
Questo mi era sempre piaciuto di lui, anche se non lo avevo mai formulato in modo esplicito neanche a me stesso.
La geometria dello spazio che si restringe
Alle 21:15 mi sono alzato per prendere acqua dal frigo dello spazio comune. Al ritorno, ho notato che Giulio aveva spostato il suo portatile sul tavolo riunioni, quello lungo nel centro della sala, più vicino alla finestra panoramica. La città fuori era una versione serale di sé stessa, le luci dei cantieri ancora accese, la gru del palazzo in ristrutturazione a duecento metri che si stagliava contro il cielo viola.
"Posso?" Mi sono avvicinato al suo tavolo con il bicchiere d'acqua.
"Certo." Ha girato il portatile verso di me. "Guarda qui. Il render esplodeva sul materiale vetro riflettente della facciata nord. Ho cambiato il parametro di riflessione diffusa e ora gira in cinque minuti invece di tre ore."
Mi sono appoggiato al tavolo al suo fianco, abbastanza vicino da vedere il dettaglio sullo schermo. Giulio aveva un modo di spiegare le soluzioni tecniche senza compiacenza, come se le cose funzionassero e basta, niente dài-ha-visto-quanto-sono-bravo. Quello mi piaceva da sempre, fin dal primo giorno. Non l'avevo mai nominato, ma era lì.
"Bravo," ho detto. E probabilmente il modo in cui l'ho detto era diverso dal solito, perché lui ha alzato gli occhi dallo schermo e mi ha guardato. Un secondo in più del necessario.
La tensione che prende forma
Quello che succede quando le parole finiscono
Siamo stati in silenzio per qualche secondo. La città fuori mandava dentro un ronzio basso, il traffico residuo di venerdì sera che si svuota lentamente verso i quartieri.
"Ho lavorato sulla tua revisione del blocco B," ha detto Giulio, senza spostarsi. "Ho visto che hai cambiato l'inclinazione delle lamelle sul lato est. Ho capito perché, ma non capivo come avresti gestito il problema dell'ombreggiatura sul mezzanino."
"Ho ridisegnato l'angolo del cornicione."
"Lo so. L'ho visto dopo." Pausa. "Avresti potuto dirmelo."
"Sì." Ho abbassato gli occhi sul suo disegno sul tavolo, una sezione a mano libera del Torino project, linee sottili e precise. "Hai un tratto bello, per i disegni a mano."
Era un cambio di argomento. Lo sapevamo entrambi. Giulio ha guardato il foglio come se lo vedesse per la prima volta. "Mio nonno era calligrafo. Forse è da lì."
Ho messo la mano sul foglio, vicino alla sua. Non l'ho toccata. Ma era lì, e lui lo ha visto, e non ha spostato la sua.
Il momento preciso
Non c'è stato un momento-svolta cinematografico. Non c'è mai, in realtà. Giulio ha alzato gli occhi e io li incontravo già, e tra noi c'era quella distanza di quaranta centimetri che in uno studio di architettura di giorno è del tutto normale e di venerdì sera alle dieci meno venti, con le luci dimerate e la città che si spegne fuori, non lo era più.
"Marco," ha detto. Solo il nome.
"Lo so," ho risposto.
La prima cosa che ho fatto è stata posare il bicchiere d'acqua sul tavolo senza cercarlo con gli occhi. La seconda è stato avvicinarmi di quei quaranta centimetri.
Quello che succede nello studio vuoto
Il contatto
Il primo bacio è stato lento, con una cautela che non era esitazione ma riconoscimento reciproco. Giulio aveva le labbra calde e sapeva di caffè, l'espresso delle sette di sera che era rimasto nell'aria dello studio come una nota di fondo. Le sue mani, quelle mani grandi da disegnatore, si sono appoggiate prima alla mia spalla, poi al mio collo, con la stessa precisione con cui tracciava le sezioni a mano libera.
Ci siamo spostati verso il divano dello spazio relax, angolo nord-ovest, quello che di giorno nessuno usava mai perché era troppo visibile dalla reception. Di notte non lo era più. La luce arancione del dimmer ci metteva entrambi in ombra e in rilievo allo stesso tempo.
Giulio si è tolto la camicia con movimenti diretti, niente teatralità. Aveva il petto leggermente peloso, una striscia scura che scendeva verso l'ombelico, e quella cicatrice sul mento che di sera sembrava più visibile, come se la luce radente la disegnasse di nuovo. Ho messo la mano sul suo petto. Sentivo il calore attraverso il palmo.
"Va bene?" ho chiesto.
"Sì." Ha detto solo quello, poi ha tirato anche la mia maglietta fuori dai pantaloni.
La scena nel dettaglio
Siamo stati sul divano per un tempo che non ho misurato. Giulio aveva un modo di toccare che era diretto e attento nello stesso momento, niente movimenti a caso, come se ogni cosa che faceva avesse un'intenzione precisa. Ho sentito le sue mani sui miei fianchi, poi sulla schiena, con una pressione ferma che mi diceva che sapeva cosa voleva.
Ci siamo svestiti senza fretta. La camicia di Giulio sul bracciolo del divano, i miei pantaloni sul pavimento grigio antracite, il respiro di tutti e due che cambiava registro lentamente. Fuori, la gru del cantiere era ferma, immobile nel buio, e il ronzio della città era diventato più basso.
Ho preso il preservativo dal portafoglio, nella tasca del pantalone. Giulio ha guardato e ha annuito, quella piccola approvazione silenziosa che era il suo modo di dire bene, hai fatto bene.
Quello che è successo dopo è stato preciso e lento, con quella qualità di concentrazione totale che di giorno Giulio metteva nei disegni a mano libera. Ho sentito il suo respiro cambiare contro la mia spalla, e il suo suono basso, controllato, quando ho cambiato ritmo. Le sue mani si sono strette sulla mia schiena, non per trattenermi ma per stare lì, per restare presenti in quello che stava succedendo tra noi. Il climax è arrivato insieme, o quasi, con quella comunicazione silenziosa fatta di sguardi e pressioni che due persone stabiliscono a volte in pochi minuti e a volte non stabiliscono mai.
Giulio ha fatto un suono basso, definitivo. Ha chiuso gli occhi per un secondo. Poi li ha aperti e mi ha guardato.
Dopo, nello studio
Il post-coitum e quello che rimane
Siamo rimasti sul divano senza parlare per qualche minuto. Fuori la città faceva il suo rumore di fondo, identico a prima. La luce arancione sul soffitto era la stessa.
"L'ombreggiatura del mezzanino," ha detto Giulio alla fine.
Ho riso. Non riuscivo a non farlo. "Sì?"
"Ho ancora alcune domande. Sul cornicione."
"Domani," ho detto. "Le rispondiamo domani."
Giulio ha annuito. Si è alzato e ha cominciato a rivestirsi con gli stessi movimenti diretti con cui si era spogliato, niente goffaggine, niente disagio. La cicatrice sul mento nella luce arancione. Le mani grandi che richiudevano i bottoni della camicia.
Questa non era la prima storia lunga che mi capitava in quello studio. L'ultima sera con un cliente che era tornato aveva avuto un peso diverso, più complicato, con il confine professionale che si sfumava in un posto meno definito. Con Giulio era stato altro: più diretto, meno stratificato.
Non sapevo cosa sarebbe successo lunedì mattina. Non lo sapeva neanche lui, probabilmente. Ma mentre raccoglievo i miei fogli e spegnevo la lampada del tavolo, Giulio era già alla porta con il suo zaino in spalla.
"Buona notte, Marco."
"Buona notte, Giulio."
La porta dello studio si è chiusa. La luce arancione sul soffitto è rimasta accesa, come ogni venerdì sera quando il timer non è ancora scattato.
Una nota di stile: il confine tra gerarchia ed etica
Le storie di potere in ufficio funzionano quando il confine è rispettato da entrambe le parti. Quello che è successo tra Marco e Giulio non aveva coercizione, non aveva ambiguità sul consenso, non aveva mai il peso della gerarchia usata come leva. Giulio era un adulto con le proprie intenzioni, capace di dire sì e di dire no. Marco lo sapeva. Questa è la differenza tra una storia che vale la pena raccontare e una che non lo è.
Se vuoi leggere un'altra storia ambientata nello stesso studio, con un tipo di tensione diversa, c'è la cena di Natale con i colleghi e quello che è successo dopo.





