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Gay weekend romantico Parigi: Marco e Pierre nel Marais

Gay weekend romantico Parigi: Marco e Pierre nel Marais

| Incontri gay casuali

Marco prese il volo un martedì sera, last minute, senza dirlo a nessuno: un gay weekend romantico a Parigi non rientrava in nessuna delle categorie che usava per descrivere sé stesso, eppure eccolo lì, a cercare hotel nel Marais sul telefono durante una pausa caffè, con tre notti libere davanti e agosto che svuotava Roma fino a renderla silenziosa. Aveva trentacinque anni e uno studio di architettura che girava da solo per qualche giorno, e la promessa che si era fatto era semplice: nessuna agenda, nessuna email, solo Parigi semideserta e la sensazione di non dover essere nessuno in particolare.

L'agosto di Parigi

La città al contrario

Parigi ad agosto è un'altra città. Le terrazze dei bistrot hanno metà dei tavoli vuoti, i negozianti del Marais abbassano le saracinesche con aria definitiva, e i pochi che rimangono si muovono piano, come se anche il calore avesse alzato una specie di tacito permesso di rallentare. Marco lo aveva letto da qualche parte, questa cosa della città deserta in estate, e non gli aveva detto niente di particolare. Ma erano le undici di mattina del primo giorno e stava camminando lungo la Rue des Rosiers con un caffè in mano, senza avere nessun appuntamento da rispettare, e capì che quella sensazione aveva un nome che non sapeva nominare: sollievo.

Aveva lasciato Roma tre giorni dopo la crociera nel Tirreno con Lorenzo, quella settimana con gli amici architetti che lo aveva convinto che ogni tanto bisognava fermarsi, anche in movimento. Quella settimana con Lorenzo in cabina aveva cambiato qualcosa nel modo in cui guardava certe cose di sé, un pezzo che preferiva non mettere a fuoco troppo chiaramente. Parigi serviva a questo: prendere distanza da tutto quello che sapeva già di essere, o credeva di sapere.

Il Marais in agosto

Il quartiere aveva una qualità silenziosa che Marco trovò immediatamente utile. Niente file ai musei, niente turisti fermi nel mezzo del marciapiede a fotografare le insegne. Solo i bar aperti per i locali, i mercati del mattino, i gatti sui davanzali dei cortili. Camminò per ore senza meta, comprò un libro di fotografia usato vicino all'Hôtel de Ville, pranzò da solo a un tavolo di marmo bianco. Ordinò un plat du jour che non capì bene e arrivò benissimo. Parigi in agosto funzionava come una moratoria dalle spiegazioni.

L'albergo nel Marais

Rue de Bretagne

L'albergo era piccolo, quindici camere al massimo, con una scala in ferro battuto e una reception gestita da una signora bretone che parlava un francese lentissimo, quasi per farsi capire anche dai sordi. La camera aveva una finestra sul cortile interno: niente vista sul boulevard, ma il silenzio era di quelli compatti, quasi fisici, il tipo di silenzio che di solito costa più della vista. Marco disfece la valigia con una calma che non riconosceva come sua. Appese le camicie. Aprì il laptop. Lo richiuse senza averci fatto niente sopra.

Il secondo giorno

La mattina dopo visitò il Centre Pompidou, che per una volta non aveva file. Rimase un'ora davanti a tre Matisse e a un Rothko che non ricordava di conoscere. Nel pomeriggio tornò al mercato del Marais, comprò due nettarine e le mangiò camminando. Non pensò al cantiere, non aprì le email, non controllò il progetto in corso. Tornò in camera alle sei, fece una doccia lunga, rimase a guardare il soffitto per venti minuti. Era la prima volta da mesi che si annoiava nel senso buono della parola: senza niente che urgesse, senza niente da risolvere. Solo il pomeriggio parigino che diventava sera attraverso la finestra sul cortile.

Il wine bar della seconda sera

Pierre

Il secondo giorno trovò il locale per caso, girando a vuoto dopo cena. Le Coin de la Rue, un wine bar piccolo con luci ambra e musica bassissima, una lavagna col menù della settimana e quattro sgabelli al bancone lucidati dall'uso. Entrò senza pensarci, ordinò un Sancerre, si sedette. Il posto era per metà pieno: due coppie che parlavano in voci basse, un gruppo di donne con una bottiglia di Champagne aperta, e un uomo solo all'altro capo del bancone che sfogliava qualcosa sul telefono con la stessa aria distratta di chi non aspetta nessuno.

Pierre aveva quarantadue anni, capelli castani con qualche grigio alle tempie, le mani di chi lavora con oggetti fisici. Poi Marco scoprì che era un fotografo: mani abituate alle ottiche, ai cavalletti, al peso delle borse tecniche. Era single da sei mesi, gli disse dopo un po', quando la conversazione era già scivolata in quel ritmo comodo di due persone che non si devono spiegare niente perché si sono riconosciute subito. Divorziato da un compagno con cui stava da otto anni. Capivo che era finita da molto prima, disse, ma ci vuole tempo per farlo diventare vero nella testa.

Come ci si riconosce

Marco sapeva quello che intendeva. Non lo disse con le parole: bevve un sorso di Sancerre e annuì un po', e Pierre sorrise come se quella risposta fosse già un discorso intero. Parlarono di fotografia e di architettura, di come entrambi usassero la luce come argomento primario di lavoro. Di Parigi in agosto e di come la città deserta avesse qualcosa di onesto, quasi confessionale. Di Roma in agosto che era diversa, più caotica anche nel vuoto. Erano le undici quando Pierre disse che aveva lo studio a cinque minuti, nel sesto, se Marco voleva vedere qualche stampa di un lavoro recente.

Marco disse sì.

Lo studio fotografico nel sesto

La prima volta senza ruolo

Lo studio occupava il piano superiore di un palazzo di Boulevard Saint-Germain: soffitti alti, scaffali di archivi in cartone grigio, una parete intera di finestre che davano sui tetti del palazzo di fronte. Stampe appese con mollette di legno, alcune in corso di stampa, alcune già secche e ferme. Marco guardò in giro con l'attenzione che di solito riservava ai cantieri: questa struttura regge, quella invece è un peso mal distribuito, questa luce entra da tre punti diversi e crea una zona morta in mezzo. Pierre aprì una bottiglia di Bourgogne, tolse le giacche da due sedie, li sistemò vicini davanti alla parete delle stampe.

Questa serie la chiamo Agosto, disse Pierre, perché le ho fatte sempre in agosto, quando la luce di Parigi cambia registro. Diventa quasi porosa, come se filtrasse attraverso qualcosa invece di colpire diretto.

Marco capì, guardando le foto, che Pierre era bravo davvero. E capì anche, quasi nello stesso momento, che non era quello il punto della serata.

Il consenso

Pierre si girò verso di lui, lento, senza urgenza. Posso avvicinarmi? disse, in un italiano da film ma preciso dove contava. Marco lo guardò per un secondo. , disse. Niente altro.

Quello che successe dopo lo sorprese nel modo in cui succedono le cose quando smetti di aspettarti la variante che conosci già. Marco era abituato a decidere il ritmo, il tono, la direzione. Non ci aveva mai pensato in questi termini esatti, era semplicemente così che funzionava. Quella notte lasciò fare a Pierre, e Pierre lo guidò con una calma che non aveva niente di esibito: solo la familiarità di chi ha imparato a stare attento alle cose che contano. Va bene così? chiese a un certo punto, piano. , disse Marco. Continua.

Era la prima volta che non sceglieva il ruolo. Non perché qualcuno lo avesse chiesto, non perché ci fosse un'aspettativa da soddisfare: semplicemente aveva smesso di tenere il conto di chi stava guidando. E quella sensazione, di muoversi senza perimetro fisso, era abbastanza strana da essere interessante. Era un esperimento su sé stesso, controllato e scelto, anche nel non scegliere.

L'alba sul sesto arrondissement

La mattina dopo

Alle sei e mezza la luce entrava obliqua dalle finestre dello studio. Pierre dormiva ancora, le stampe di agosto tutte intorno, la bottiglia di Bourgogne vuota sul pavimento di legno. Marco si vestì senza fretta, prese la giacca dalla sedia, scrisse il nome dell'albergo su un foglio di carta strappato da un quaderno. Lo lasciò sulla mensola vicino all'ingresso. Non sapeva se Pierre avrebbe chiamato. Non era quello il punto.

Scese a piedi fino alla Senna e trovò un bar aperto sul lungosenna con i tavoli fuori ancora vuoti e un cameriere che stava raddrizzando le sedie col gesto automatico di chi lo fa ogni mattina da vent'anni. Ordinò un caffè, rimase seduto a guardare il fiume. Aveva ancora una notte di Parigi davanti. L'aria di agosto aveva già quella qualità porosa che Pierre gli aveva descritto, quella luce che a Parigi arriva piatta e calda dalle sei in poi, senza ombre nette, senza gerarchia tra le cose illuminate.

Si ricordò della crociera nel Tirreno, di Lorenzo, di come avesse passato quella settimana a capire che ogni tanto bisognava lasciare che le cose accadessero senza tenerle sotto controllo. Qui era successa la stessa cosa, su un altro fronte. Il Marais aveva i suoi segreti d'agosto, i suoi fotografi con le mani da cantiere e l'italiano da film. Marco rimase seduto a guardare il fiume per un po', senza tirare nessuna conclusione precisa. Poi aprì il telefono e prenotò un museo per il pomeriggio.