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Edoardo a Talamone: il Ferragosto con mio cugino

| Incontri gay casuali

I racconti gay cugino li leggevo da adolescente come fossero una categoria separata dalla realtà, qualcosa che capita agli altri. Poi è arrivato agosto, la casa dei nonni a Talamone, e Edoardo che scendeva dal furgone bianco nel vicolo con quella risata sua, aperta e sempre in ritardo di un secondo su sé stessa.

La casa dei nonni a Talamone

Talamone è uno di quei posti in Maremma che sembra finire sempre troppo presto: un promontorio, il porto, pochi bar sul lungofianco, e la pineta che comincia dove la strada smette. La casa dei nonni stava in cima al paese, quattro gradini di pietra rossa e un terrazzo che guardava il Tirreno. Ci andavamo ogni anno per Ferragosto, dieci o dodici persone, cugini, zii, nonno che non beveva vino ma lo versava a tutti.

Quest'anno il programma si era rotto a metà. Lo zio Lucio aveva avuto un problema con la barca ad Ansedonia e aveva trascinato con sé metà della famiglia fino a Grosseto per un pezzo di ricambio. Mia madre e mia sorella erano tornate a Roma il mercoledì mattina. I nonni erano andati dai vicini di Magliano fino a domenica. Erano rimasti Edoardo e io.

Edoardo

Ha ventiquattro anni come me. Lavora come falegname ad Ascoli Piceno e ha le mani di chi lavora il legno da anni: le nocche sempre secche, una cicatrice vecchia sul pollice destro da una pialla del 2021 che ancora non si è schiarita del tutto, la presa di chi è abituato a tenere oggetti pesanti. Ha un tatuaggio sul polpaccio sinistro, un ferro di cavallo che ci eravamo fatti tutti e sei l'estate del 2019, anche se degli altri cugini solo lui lo ha ancora. Il modo in cui ride è il dettaglio che conosco da sempre: apre la bocca e aspetta un secondo prima che il suono esca, come se la battuta lo sorprendesse ancora dopo averla fatta. Lo fa da quando aveva nove anni, l'ho visto fare quel gesto migliaia di volte.

Cala Forno, mercoledì mattina

Avevamo deciso di andare a Cala Forno, dentro il Parco Naturale della Maremma, quaranta minuti di sentiero sterrato tra i lecci e il macchione basso che profuma di rosmarino selvatico. Si arriva a una spiaggia di ciottoli chiari che l'acqua leviga, il mare che cambia colore ogni dieci metri, dal verde smeraldo al blu profondo dove la roccia smette. Non c'era quasi nessuno.

Edoardo camminava davanti con la borsa del cibo. Guardavo le spalle larghe di uno che porta legno tutto il giorno. Non era la prima volta che le guardavo; era la prima volta che smettevo di fingere di non farlo.

Eravamo gli unici sulla spiaggia fino alle undici. Lui si era buttato in acqua subito, io ero rimasto sul telo a guardare il promontorio. Quando è uscito si era scrollato i capelli bagnati con una mano e si era seduto accanto a me senza asciugarsi. L'acqua del Tirreno di agosto era tiepida ma lo sentivo lo stesso sulla spalla quando mi ha sfiorato.

"Stai bene?" ha chiesto, non guardandomi, gli occhi sul mare.

"Sì." Pausa. "Tu?"

"Così così." Ha preso la birra dalla borsa e ne ha bevuta metà senza guardarmi. "Stavo con uno, a dicembre. Non è andato avanti. Ancora ci penso più di quanto dovrei."

Lo sapevo già, aveva scritto qualcosa di vago sui social e mia madre aveva fatto una telefonata con sua madre, e io avevo fatto finta di non sentire. Ma sentirlo dire così, seduto sulla spiaggia con l'acqua che ancora gli colava dal petto, era diverso.

"Capisco," ho detto. E basta. Non ho aggiunto altro.

Abbiamo mangiato il pane con il formaggio. Edoardo ha tenuto la mia birra al fresco mentre andavo in acqua anch'io. Queste cose banali, notate.

La notte del Tirreno

Nel pomeriggio siamo tornati al paese. Avevo un messaggio di Lorenzo che mandava la foto di un mercatino a Vienna con Andrea, un fine settimana che lui aveva definito il più inaspettato della sua estate. L'avevo guardato e poi avevo guardato Edoardo che apriva il frigo e avevo deciso di non rispondere.

La sera abbiamo mangiato sul terrazzo. Pasta con le vongole, che aveva cucinato lui, le mani che si muovevano sul tegame con la stessa sicurezza con cui maneggia la pialla. Avevo bevuto due bicchieri di Morellino di Scansano, lui tre. Non ubriachi: solo meno formali di come si è di giorno, fuori, con la famiglia intorno. Il porto di Talamone aveva le luci accese e da qualche bar arrivava musica bassa, cose estive.

A un certo punto ha detto: "Non ho mai capito perché non ne abbiamo mai parlato."

Ho messo giù il bicchiere. "Di cosa?"

"Di quello che c'è sempre stato."

Il Tirreno era buio sotto il promontorio. In lontananza si sentiva la musica di un bar sul porto.

"Adesso ne stiamo parlando," ho detto.

Buio dopo la cena

Siamo entrati in casa. La stanza grande aveva il letto matrimoniale dei nonni, un armadio di noce scuro, la finestra sul mare tenuta aperta con un libro. Edoardo ha chiuso la porta, non a chiave, solo appoggiata. Ci siamo guardati un momento con la luce accesa, la lampada sul comodino con il paralume giallo che colora tutto di ambra.

"Sei sicuro?" ho chiesto.

Ha risposto togliendo la maglietta. "Tu?"

Le spalle erano ancora più larghe senza tessuto. Il petto aveva una distribuzione di peli scuri che si addensava al centro e scendeva verso la pancia. Ha tenuto lo sguardo su di me mentre si levava le scarpe, il comportamento di chi non fa cose a metà e lo sa. Mi sono spogliato anch'io. Il pavimento di cotto era fresco sotto i piedi nonostante il caldo.

Quello che non avevamo mai detto

Ci siamo avvicinati senza correre. L'ha fatto lui, una mano sul mio fianco, ferma, poi la testa abbassata e un bacio che cominciava lento e aveva la certezza di chi sa già dove vuole andare. I peli del suo petto contro il mio petto. Le mani di falegname sulla mia schiena. Ho sentito tutta la tensione di tre giorni di spiaggia sciogliersi in qualcosa di più diretto e preciso.

Siamo finiti sul letto. Edoardo aveva la bocca sul mio collo, le dita già dove volevo che fossero, e sentivo il suo respiro accelerare contro la mia pelle. Dopo un po' si è spostato più in basso, prima il petto, poi la pancia, poi ancora più in basso, e ha cominciato con la lingua, lento all'inizio, una pressione leggera e poi meno leggera mentre capiva cosa funzionava e cosa no. La sua lingua era precisa come le sue mani, e le sue mani erano ovunque. Stringevo il lenzuolo dei nonni, guardavo il soffitto con l'umidità negli angoli, ascoltavo il suo respiro e il rumore del porto di Talamone che filtrava dalla finestra. Ci ha messo tutto il tempo che serviva. Quando ha alzato la testa mi guardava con gli occhi di chi ha capito qualcosa.

Ho detto aspetta e ho preso il portafoglio dal jeans sul pavimento. Il preservativo stava lì da tre mesi. Edoardo guardava, il gomito piantato sul materasso.

"Vuoi farlo?" ho chiesto. Non lasciavo dubbi su cosa intendessi.

"Sì."

Ora

Ci siamo girati, ci siamo sistemati, ci siamo presi il tempo necessario. C'è stato un momento in cui eravamo entrambi fermi, la fronte sua sulla mia spalla, il respiro sincronizzato senza volerlo, e nessuno dei due ha detto niente perché non c'era niente che aggiungesse qualcosa. Poi il ritmo è ripreso, lento poi meno lento, e le nocche callose di Edoardo contro la mia pelle erano un dato fisico preciso, non metafora.

Il climax è arrivato senza annunciarsi. Ho sentito la sua presa stringersi sul mio fianco, un suono basso che non aveva fatto fino a quel momento, e poi ha detto il mio nome, piano, la R appiccicata all'A nel modo in cui la dice solo lui, che è cresciuto tra Ascoli e i nonni e porta entrambi gli accenti addosso anche quando non se ne accorge.

Dopo siamo rimasti fermi per qualche minuto. La lampada gialla. Il porto di Talamone che respirava fuori. Il lenzuolo dei nonni sotto le mani.

"Okay," ha detto lui alla fine.

"Okay," ho risposto.

Sabato mattina

La mattina dopo mi sono svegliato prima di lui. Sono andato sul terrazzo con il caffè e ho guardato il mare che di mattina presto cambia colore dal grigio al verde al blu in mezz'ora. Pensavo a Tommaso, un amico di Roma, che mi aveva mandato settimane prima una foto dalla spiaggia di Capocotta, un posto dove diceva di aver capito qualcosa di sé senza cercarlo apposta. Non so se anch'io stavo capendo qualcosa. Stavo guardando il Tirreno di agosto alle sei di mattina e bevendo un caffè troppo amaro.

Edoardo è uscito dopo venti minuti, i capelli disfatti, in boxer. Ha preso la moka dal fuoco e si è versato il caffè direttamente nel bicchiere da acqua perché non trovava le tazzine. Ha fatto questa cosa banale e io l'ho guardata per tutto il tempo che ha impiegato.

"Hai dormito?" ha chiesto.

"Sì. Tu?"

"Come un sasso."

Abbiamo fatto colazione sul terrazzo. Pane tostato, marmellata di fichi trovata in un barattolo in dispensa senza data. Edoardo ha mangiato con l'appetito di chi ha davvero dormito bene. Non abbiamo parlato di quello che era successo, non perché fosse imbarazzante, perché non c'era niente che aggiungesse qualcosa a quello che già era.

Sabato mattina ho messo la borsa nel baule della macchina alle otto. Edoardo stava sul gradino con il bicchiere di caffè ancora in mano.

"Quando torni a Roma?" ha chiesto.

"Stasera, se non mi perdo. Tu?"

"Lunedì. Devo riaprire la bottega."

Sul treno verso Roma avevo le cuffie ma non ascoltavo niente. Guardavo la Maremma che scorreva fuori dal finestrino, la pineta e i campi bruciati di luglio, e pensavo a Federico e a quello che gli era capitato su un treno notturno per Roma, un incontro rimasto intero proprio perché non era diventato altro.

Edoardo mi ha mandato un messaggio alle diciassette. Una foto: il porto di Talamone dal promontorio, il sole basso, la luce giusta.

Nessuna didascalia.