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Crociera gay in Toscana: barca a vela di notte

Crociera gay in Toscana: il weekend del protocollo

| Incontri gay casuali

Una crociera gay con sei amici e un foglio A4 firmato da tutti prima di salpare. Stefano, trentatré anni, tatuatore, l'aveva proposto quasi per scherzo durante una cena a Torino a marzo: noleggiare una barca, partire da Viareggio, tre giorni in arcipelago toscano con un protocollo consensuale scritto. Gli altri avevano riso, ma quando aveva mandato il documento via WhatsApp, tutti e sei avevano risposto sì entro un quarto d'ora. Il protocollo era una pagina, non di più, con ruoli, limiti e safe word. A giugno era tutto firmato.

La barca e il foglio A4

Viareggio, venerdì mattina

L'ormeggio era al molo di Viareggio, secondo pontile, vicino al cantiere. La barca si chiamava Libeccio, diciotto metri, tre cabine doppie, un salone centrale abbastanza largo da stare seduti senza urtarsi le ginocchia, e un albero che a ogni vento girava come fosse nervoso. Stefano era arrivato per primo, con il borsone sulle spalle e un rollino di pellicola protettiva nel borsello laterale, portato per abitudine anche in vacanza. Gli altri erano arrivati in coppie e piccoli gruppi nell'arco di un'ora: Marco e Denis, coppia aperta da quattro anni, biondi e silenziosi nel modo in cui si è silenziosi quando ci si capisce da soli; Giacomo, trentun anni, body piercer, capelli ricci scuri fino alle spalle, una cicatrice sul fianco destro che non aveva mai spiegato; Luca, trentotto anni, avvocato, tatuaggi sul petto che Stefano aveva fatto lui stesso due anni prima, inclusa la riga latina sotto lo sterno; e poi Nico e Vito, i due del nord est, che non si conoscevano prima ma che si erano guardati con la stessa aria di chi capisce al volo se c'è qualcosa in comune.

Il foglio A4 era già sul tavolo del salone quando si erano sistemati. Stefano lo aveva stampato la settimana prima, riletto tre volte e poi inviato al gruppo Telegram. Ogni persona aveva i propri limiti segnati in colonna. Ogni interazione fisica richiedeva consenso esplicito prima di avviarsi. Le safe word erano tre: giallo per rallentare, rosso per fermarsi, blu per cambiare dinamica. Niente di complicato. Solo la certezza che ognuno sapeva dove stava andando.

"È una cosa da studio legale" aveva detto Giacomo, indicando il foglio con la punta del mento.

"È una cosa da persone adulte" aveva risposto Luca, e aveva firmato per primo.

Poi tutti gli altri. Stefano aveva firmato per ultimo, con la sua grafia da tatuatore che aveva sviluppato negli anni e usava ancora per i documenti quando voleva sentirsi preciso. Sei firme in venti minuti. Il capitano charter li aveva guardati dall'esterno del salone senza fare domande. Probabilmente ne aveva viste di peggio.

Non era la prima volta che Stefano organizzava qualcosa così. Un sabato di qualche mese prima aveva smesso di nascondersi in modo abbastanza definitivo, e da allora aveva preso l'abitudine di proporre le cose invece di aspettare che capitassero.

Il primo pomeriggio al largo

Verso l'arcipelago

Erano usciti dal porto a mezzogiorno, con un vento di libeccio che gonfiava bene la randa. Luca aveva esperienza di vela, Stefano abbastanza da stare alla barra senza fare danni. Gli altri erano sui prendisole a poppa, creme solari e birre, con quell'aria di chi sa di non dover fare niente di urgente per settantadue ore.

Stefano aveva guardato Giacomo dormire con il braccio sull'occhio, le spalle scure dal sole primaverile accumulato nei cantieri, una mano appoggiata sul petto in modo casuale ma che sembrava intenzionale, come tutto quello che faceva Giacomo. Aveva quella qualità ferma di chi non si agita mai ma che, quando decide di muoversi, si muove con scopo. Si erano conosciuti al salone di Torino tre anni prima, clienti dello stesso supplier di inchiostri, e l'amicizia era venuta da sola, senza forzarla. Nel protocollo, Giacomo aveva messo un solo limite: niente foto. Il resto era aperto.

Nel primo pomeriggio, Stefano era sceso in cambusa per prendere dell'acqua e Giacomo lo aveva seguito. Non era programmato. Era semplicemente successo che erano rimasti in piedi nello spazio stretto tra la cucina e il lavandino, e che Giacomo gli aveva messo una mano sul petto, piano, come a controllare qualcosa prima di procedere.

"Sì" aveva detto Stefano, prima che Giacomo aprisse la bocca. Non perché avesse fretta. Solo perché la risposta era già lì.

Giacomo aveva sorriso con la mandibola stretta, il modo in cui sorride chi capisce senza bisogno di spiegazioni. Erano risaliti in pozzetto senza aggiungere altro. Avevano aspettato la sera.

La notte al largo di Capraia

Cena in pozzetto, poi il check-in notturno

Avevano ancorato a tre miglia dall'isola, lontani abbastanza dalle luci per vedere le stelle bene. Marco aveva cucinato pasta con bottarga e tonno fresco comprato al mercato di Viareggio quella mattina, e il profumo aveva girato per tutta la barca per mezz'ora prima che si sedessero tutti insieme in pozzetto con i piedi nei sedili avversari, le bottiglie di vermentino che andavano da una mano all'altra senza che nessuno tenesse il conto.

Avevano parlato di poco e molto, nel modo in cui si parla tra persone che non devono dimostrare niente. Denis aveva fatto una battuta sulle stelle e su come i latini ci avevano attaccato nomi che non centravano niente con le forme reali. Nico e Vito avevano discusso di rotte e meteo con la serietà di chi ha una tesi da difendere. Luca aveva tirato fuori il vermentino migliore, quello che teneva per il momento giusto.

Era stato Luca a ricordare il protocollo, verso le undici di sera, con la naturalezza di chi cita le regole di un gioco già avviato: "Prima di dormire, chi vuole, dichiara." La frase era al punto tre del documento. Una specie di check-in notturno, non obbligatorio, per ridefinire le intenzioni dopo la giornata.

Giacomo aveva dichiarato per primo. Aveva guardato Stefano senza girare troppo intorno. Stefano aveva annuito. Gli altri avevano sorriso o fatto spallucce, ognuno con la propria logica. Marco e Denis erano scesi in cabina da soli. Nico e Vito avevano preso la guardia notturna insieme, il che diceva tutto.

Stefano e Giacomo erano rimasti in pozzetto finché le stelle avevano smesso di sembrare uno sfondo e avevano cominciato a sembrare il centro del quadro. Poi erano scesi nella cabina di prua, la più piccola, con l'oblò aperto verso il mare.

Le mani di Giacomo

Cabina di prua, mezzanotte

Giacomo era entrato per secondo, aveva chiuso la porta con il piede senza sbattere e si era fermato in piedi nel mezzo della cabina, che era esattamente larga quanto le sue spalle. La luce veniva solo dall'oblò, bianca e mobile, quella luce che fanno le onde sui metalli quando il mare è piatto ma non del tutto fermo. Fuori si sentiva il respiro dell'acqua contro lo scafo e qualcosa di metallico che cigolava piano nell'ancora.

Stefano si era seduto sul bordo del letto e lo aveva guardato. Giacomo aveva addosso solo i pantaloncini da barca. Il petto era liscio tranne una striscia di peli scuri al centro, e la cicatrice sul fianco che adesso, da vicino, sembrava un segno di riconoscimento piuttosto che un difetto. Aveva le mani grandi, da piercer, da chi ha passato anni a lavorare sulla pelle degli altri con la stessa attenzione con cui un chirurgo lavora su qualcosa di irripetertibile.

Giacomo si era avvicinato senza affrettarsi. Prima aveva preso le mani di Stefano tra le sue, le aveva girate come si fa quando si vuole guardare qualcosa con attenzione, poi le aveva appoggiate ai propri fianchi. Non era un invito generico. Era una mappa.

Stefano aveva cominciato a muoversi seguendo quella mappa. Le dita lungo i fianchi, la vita, le costole. Giacomo aveva tirato un respiro corto, controllato, come chi trattiene qualcosa che altrimenti verrebbe fuori troppo in fretta. Quando Stefano aveva alzato la testa per guardarlo, Giacomo aveva già gli occhi chiusi, la mascella leggermente abbassata.

Si erano spogliati lentamente, con quella precisione che non viene dalla timidezza ma dalla consapevolezza di chi sa che il tempo non è il nemico. Il mare fuori faceva un rumore basso e ritmico, l'oblò portava odore di salsedine e gasolio lontano, la cabina era calda nonostante la porta socchiusa. Si erano inginocchiati sul letto insieme e Stefano aveva cominciato a lavorare sulle spalle di Giacomo con la bocca, poi sulla nuca, il collo, l'attaccatura dei capelli ricci ancora umidi di mare.

Giacomo aveva detto piano: "Vai." Una parola sola. Nel contesto del protocollo, quella parola valeva una pagina di consensi.

Stefano aveva abbassato le mani, poi la bocca. Giacomo era rimasto in ginocchio, la schiena appoggiata alla parete della cabina, il respiro che cambiava ritmo. Aveva le sopracciglia raccolte al centro nel modo in cui si raccolgono quando la concentrazione sostituisce la parola. Stefano gli aveva preso le cosce con le mani e aveva lavorato con la lingua, lentamente prima, poi seguendo il ritmo di Giacomo che si spostava impercettibilmente verso di lui.

Era durato a lungo così, con il respiro di Giacomo che diventava più corto e controllato insieme, le sue mani nei capelli di Stefano che non spingevano ma tenevano, come chi si aggrappa a qualcosa che non vuole perdere. Poi Giacomo aveva detto ancora "vai" e questa volta era un accordo diverso, più diretto.

Si erano spostati sulla cucetta, stretti ma sufficienti. Stefano aveva preso il preservativo dal sacchetto che aveva messo sul comodino il pomeriggio prima, senza commenti, come si fa quando si organizza una cosa che si sa che succederà. Giacomo lo aveva guardato farlo con quell'espressione che non è impazienza ma è esattamente il contrario di indifferenza.

Erano andati avanti a lungo, con la barca che oscillava appena e la luce dell'oblò che si spostava lenta sul soffitto. Giacomo non era rumoroso ma non era silenzioso, e i suoni che faceva erano precisi, calibrati, come tutto il resto di lui. Quando era arrivato lo aveva fatto con gli occhi aperti, lo sguardo fisso da qualche parte sopra la spalla di Stefano, le mani che gli stringevano il fianco sinistro con una forza che avrebbe lasciato il segno.

Stefano ci aveva messo un altro minuto. Giacomo lo aveva aiutato senza che lui chiedesse, con la mano destra, il pollice in un punto preciso, e la questione si era risolta in modo molto ordinato per quello che era.

L'alba

Giacomo si era alzato per primo, aveva aperto l'oblò un po' di più e si era rimesso i pantaloncini. Stefano lo aveva guardato farlo con gli occhi socchiusi.

"Hai segnato qualcosa?" aveva chiesto Giacomo, riferendosi al protocollo, alla colonna delle note post-run che avevano aggiunto all'ultima versione del documento.

"No." Stefano aveva appoggiato un braccio sopra la testa. "Niente da segnalare."

Giacomo aveva fatto una specie di mezzo sorriso, era uscito dalla cabina e aveva chiuso la porta piano. Fuori, l'arcipelago era ancora buio. Dalle altre cabine non veniva nessun rumore.

Stefano aveva chiuso gli occhi con il suono del mare che entrava dall'oblò e quella sensazione nelle mani che aveva sempre quando un lavoro era andato bene. La barca ondeggiava appena. Abbastanza.