
Crociera gay nel Tirreno: Marco e Lorenzo in cabina
Una crociera gay non era nella mia lista di cose da fare a trentacinque anni. Non è che ci fossi contrario, semplicemente non avevo mai pensato che fosse il formato giusto per me. Quattro giorni in mezzo al mare con persone che conosco da vent'anni, in un contesto in cui l'unica aspettativa è stare bene. Andrea me lo ha proposto a fine giugno, mentre stavamo ancora discutendo di un cantiere in zona Porta Nuova. Ho detto sì quasi prima di finire di capire la domanda. Qualcosa in quella risposta mi ha sorpreso anche sul momento.
L'invito e gli amici
Andrea, Giulio e Pietro li conosco da quando eravamo tutti assistenti in uno studio vicino Isola, dodici anni fa. Adesso ognuno ha preso strade diverse: Andrea ha aperto il suo studio a Brera, Giulio è partner in un'agenzia di interior design, Pietro lavora per una multinazionale con sede a Monaco ma torna a Milano ogni mese. Io sono rimasto in quello studio originario, solo che adesso sono il secondo nome nel logo.
Andrea aveva affittato quattro cabine su una nave di una compagnia gay-friendly per cinque giorni di navigazione nel Tirreno, con partenza da Civitavecchia e rotta verso la Corsica e la Sardegna. Il gruppo finale era otto persone: noi quattro più altri amici di Andrea che non conoscevo. Avevo qualche riserva, non perché il formato non mi piacesse, ma perché non avevo idea di come sarei stato fuori dalla cornice quotidiana che mi teneva in piedi. Lo studio, i cantieri, i clienti, le riunioni. Quel sistema di coordinate che so già come navigare.
Andrea mi aveva risposto con la logica degli architetti davanti a un progetto difficile: "Se aspetti di avere tutto sotto controllo, non parti mai."
Avevo disfatto una valigia piccola, quella che uso per i viaggi di lavoro, e l'avevo riempita di cose che non uso mai in ufficio: un paio di shorts, il costume, un libro che tengo sul comodino da sei mesi. La sera prima della partenza avevo guardato la lista degli partecipanti che Andrea mi aveva mandato. Otto nomi, quattro dei quali non li avevo mai sentiti. Non sapevo se fosse rassicurante o il contrario.
Il primo giorno a bordo
La nave era grande, rumorosa nel modo giusto. Musica sul ponte principale, persone che si muovevano tra le sdraio e il bar. Nell'aria c'era quella sensazione di vacanza dichiarata che non sentivo da anni. Gli amici di Andrea erano tutti simpatici: c'era molta storia condivisa tra loro, vecchie gag che non capivo ma che intuivo lo stesso. Io stavo ai margini di quelle conversazioni, osservavo. Andrea, a un certo punto, mi aveva puntato attraverso il tavolo: "Marco, stai facendo il tecnico anche qui, vero?"
Gli avevo risposto che stavo guardando l'orizzonte. "Quello è per i primi dieci minuti, poi viene voglia di fare qualcosa." Gli altri avevano riso. Avevo riso anch'io.
A cena eravamo al tavolo grande con una bottiglia di vino bianco che si svuotava in fretta. Avevo parlato più di quanto previsto. Pensavo a com'ero abituato a tenere il controllo anche quando non serviva, come in quella notte fuori progetto con il mio capo a Torino, in cui avevo capito chiaramente di che tipo di persona ero. Su questa nave non era chiaro chi controllasse cosa. E forse non era un problema.
Quella sera, prima di tornare in cabina, ero rimasto sul ponte a vedere le luci di Civitavecchia sparire. C'era qualcosa di fisico nell'allontanarsi dalla costa, qualcosa che non avevo capito finché non era successo. Quando il profilo della città era diventato una striscia bassa e poi niente, avevo sentito una specie di sollievo che non sapevo di aspettarmi.
La seconda notte
Il secondo giorno era passato tra la piscina sul ponte e un giro in tender verso un piccolo porto della Corsica. La notte, dopo cena, parte del gruppo era andata al bar interno. Io ero rimasto sul ponte esterno con un bicchiere di prosecco, a guardare le luci di qualcosa che poteva essere la costa o un'altra nave lontana.
Lorenzo era uscito per fare una telefonata. Dopo aveva rimesso il telefono in tasca e si era appoggiato alla balaustra a due metri da me. Giulio lo aveva presentato prima di rientrare, con la distrazione di chi fa le presentazioni convinto che le persone trovino il modo di arrangiarsi da sole. Lorenzo aveva trentun anni, lo avrei saputo dopo. Graphic designer, uno studio di comunicazione a Bari che lavorava con clienti in tutta Italia. Era alto, capelli neri corti, con quella pelle del Meridione che prende il sole anche per difetto. Stava con le braccia leggermente conserte, il modo di chi valuta le cose senza farlo pesare.
Avevamo iniziato a parlare di un rebranding che stava seguendo per uno studio medico, qualcosa di molto preciso sulla gerarchia visiva, e io avevo detto una cosa sulle proporzioni nei progetti di interni che si collegava. Non so come ci eravamo arrivati, ma parlavamo da venti minuti senza che nessuno dei due avesse fatto uno sforzo consapevole. Aveva riso di una battuta sulle riviste di architettura e io avevo pensato che aveva dei denti molto belli.
A un certo punto si era girato verso il mare e aveva detto: "Mio padre pescava qui, da queste parti. Non ho mai capito perché uno che pescava avesse un figlio che disegna loghi." L'aveva detto senza nostalgia, come un fatto. Avevo risposto che forse era la stessa cosa, trovare la forma giusta in un posto dove tutto si muove.
"Vuoi rientrare?" aveva detto a un certo punto. Non era una domanda ambigua. Era una domanda precisa.
In cabina
La sua cabina era al ponte superiore, più piccola della mia, con un oblò che lasciava entrare il riflesso del mare. Aveva tenuto la luce del comodino, una lampada arancione che rendeva tutto meno nitido. Si era girato verso di me con la stessa postura valutativa di prima e aveva detto: "Posso avvicinarmi?" Come se stesse chiedendo il permesso di entrare in un cantiere.
"Sì," avevo risposto.
Aveva iniziato con le mani. Capiva dove mettere le dita, come leggere la risposta del corpo di un altro senza chiederlo in modo esplicito. Mi aveva sfilato la camicia lentamente, con attenzione ai bottoni, come se il ritmo fosse tutto suo. Fuori dall'oblò il mare era nero con qualche riflesso bianco. Il ronzio della nave sotto era costante, meccanico, tranquillo.
Si era abbassato sulle ginocchia e mi aveva guardato un secondo prima di procedere, il mento leggermente alzato verso di me. Aveva cominciato con calma, sentendo la mia risposta prima di accelerare. Io avevo una mano sul bordo del comodino e l'altra sul suo collo, non per guidarlo, solo per avere qualcosa a cui appoggiarmi. Non avevo la voglia consueta di decidere il ritmo della cosa. Avevo una voglia diversa: quella di non decidere niente.
Quando si era rialzato, le sue mani erano già al mio petto. Avevo preso il portafogli dalla tasca dei pantaloni sul pavimento. Lorenzo aveva alzato le sopracciglia: "Portavi il portafogli sul ponte?" Avevo risposto: "Sono un architetto." Aveva riso. Era stata la cosa più rilassante della settimana.
Il resto era stato nel segno di quella leggerezza. Non c'era niente da dimostrarsi, nessun progetto, nessun ruolo da mantenere. Lui sapeva quello che faceva, io lasciavo che lo facesse. Ci eravamo mossi una volta, senza discuterlo, il modo in cui due persone si muovono quando si capiscono bene nello spazio. Mi ero ritrovato con le spalle al materasso e lui sopra di me che aveva un'espressione concentrata e tranquilla allo stesso tempo, le mani appoggiate ai miei fianchi. Aveva chiesto "Stai bene?" a metà, e io avevo risposto "Sì" con più convinzione di quanta ne avessi messa in molte cose negli ultimi mesi.
Ci eravamo presi il tempo che serviva. Il climax era arrivato senza che io avessi gestito i tempi di nessuno dei due, una cosa che a ricordarlo mi sembra ancora leggermente incredibile.
Dopo, sdraiati, lui aveva detto: "Tu di solito non sei così." Non era una domanda. Aveva ragione. Non ho risposto.
Il mattino dopo
Ero uscito prima che la sua sveglia suonasse. Sul ponte era ancora presto, quasi vuoto, un cameriere che risistemava i tavoli del bar. Avevo preso un caffè in piedi e poi ero rimasto a guardare il mare, che adesso era di un blu diverso rispetto alla notte.
A colazione, Lorenzo era arrivato con un piatto e si era seduto dall'altra parte del salone. A un certo punto aveva alzato lo sguardo, mi aveva visto, aveva fatto un cenno con la testa. Non timido, non carico di significato. Solo: c'ero, ci sei, va bene così.
No numeri. No contatti. Giulio mi aveva chiesto com'era andata la notte. "Bene," avevo risposto. "Bene come quando sei soddisfatto del progetto o bene come quando sei sorpreso dal progetto?" Avevo pensato alla risposta un secondo. "La seconda." Era rimasto in silenzio, poi aveva annuito come se capisse tutto.
La nave scivolava verso la Sardegna con il sole che saliva. Quella mattina avevo lasciato che qualcun altro decidesse dove sedersi a colazione. Abbastanza.





