
Gay Istanbul: Federico, l’hammam e la doppia maschera
Chi cerca un weekend gay a Istanbul difficilmente lo mette nell'agenda come meta dichiarata. Io non l'ho fatto. Ero lì perché il volo per Dubai faceva scalo a Istanbul giovedì sera, il meeting del venerdì mattina era stato rimandato via email alle 22:47, e ripartire il sabato alle 11 mi lasciava un'intera mattina senza giustificazione professionale. L'hammam Çemberlitaş era aperto dalle otto. Mi ero prenotato online la sera prima, sessione classica, camera singola. Istanbul non era una destinazione, era una pausa tra due destinazioni. Era esattamente il tipo di weekend in cui succedono le cose.
Çemberlitaş, sabato mattina
Il taxi mi aveva lasciato su Veziriazam Sokak con venti minuti di anticipo. L'edificio del 1584 non si annunciava: una facciata in arenaria grigia tra le botteghe del quartiere di Fatih, l'insegna quasi discreta come quella di una farmacia di quartiere. Avevo il modo di entrare nei posti nuovi che avevo sviluppato nei sette anni da consultant, quello di chi non vuole sembrare un turista ma non vuole nemmeno fingere di essere di lì. Qualcosa nel mezzo. Lo stesso modo che avevo usato in Sardegna qualche settimana prima, dove la spiaggia era un altro tipo di anonimato. La cassa era gestita da un uomo sulla cinquantina con un inglese sufficiente per spiegarmi dove appendere i vestiti.
Lo spogliatoio era una serie di armadietti in legno scuro lungo le pareti, con tende di tessuto grezzo a separare le postazioni. Mi ero spogliato senza fretta. L'armadietto numero 14 aveva un lucchetto rigido che si apriva con due colpi sul bordo. Il peştemal, il panno di cotone a righe blu e bianche che ti avvolgono alle anche, pesava quasi niente. Camminare verso la sıcaklık con quella cosa addosso, piedi nudi sul marmo fresco, era come entrare in un protocollo che qualcuno aveva scritto prima che capissi di farne parte.
La stanza calda era quello che avevo immaginato leggendo la scheda del posto, ma diversa per come il corpo la percepisce. La cupola con gli occhi di bue stellati lasciava entrare una luce dorata e diffusa, il vapore rarefatto, più presente nell'aria che nella visibilità. La göbektaşı al centro, la lastra di marmo ottagonale riscaldata da sotto, aveva sopra otto o nove uomini distesi o seduti in silenzio. Età diverse, corporature diverse, il caldo uguale per tutti. Mi ero sdraiato sul bordo con la nuca sul braccio piegato. Il calore che saliva dalla superficie era più profondo di quello dell'aria, un calore che lavora su strati che la doccia non raggiunge.
Avevo chiuso gli occhi. Dall'altro lato della stanza qualcuno versava acqua da un mestolo, un suono regolare che scandiva il tempo senza misurarlo. Il respiro si era fatto più lento da solo, senza che lo decidessi. Sette anni di aeroporti e sale meeting avevano costruito una competenza specifica: adattarsi in fretta a qualsiasi ambiente professionale. Qualcosa nel calore del marmo stava smontando quella competenza, pezzo per pezzo.
Lo sguardo dalla fontanella
Quando avevo riaperto gli occhi, l'uomo era già lì. Seduto sul bordo della göbektaşı a tre metri da me, versandosi acqua sulla nuca con un mestolo di rame. Trentasei anni, forse qualcosa di più. Capelli scuri tagliati corti, baffi sottili che non cercavano di essere niente in particolare. Spalle larghe, fianchi stretti. Sul polso destro un tatuaggio geometrico in inchiostro blu scuro, una sequenza di onde stilizzate che sembrava un sistema di coordinate marine.
Aveva alzato gli occhi. Aveva visto che lo guardavo. Non aveva abbassato i suoi.
Quei tre secondi, li conoscevo. Sono un linguaggio che non cambia con il fuso orario né con i sistemi politici. Funzionava a Milano, a Londra, a Barcellona. Funzionava anche qui, in un hammam ottomano di quattrocento anni a Istanbul, dove dal 2015 non esiste più un Pride autorizzato, dove la parola viene ancora sussurrata anche tra chi capisce, dove la libertà si pratica in spazi che non la dichiarano. Lui lo sapeva. Io lo sapevo. L'unica domanda era se uno dei due avrebbe fatto il passo successivo.
Avevo alzato il mento verso la nicchia sul fondo, una delle kurnas private lungo la parete. Aveva aspettato due minuti prima di alzarsi.
Il halvets
La nicchia aveva le dimensioni di un piccolo ripostiglio: una vasca di marmo bianco a un'estremità con due rubinetti, le pareti piastrellate con esagoni verdi e bianchi fino a metà altezza. Spazio per muoversi, non per ignorarsi. La tenda di tela era spessa abbastanza da fermare gli sguardi ma non il rumore dell'acqua che scorreva nella stanza grande. La luce veniva da un singolo occhio di bue nel soffitto, la stessa luce lattea diffusa di tutto il resto.
Era entrato, aveva richiuso la tenda.
Il primo gesto era stato suo: aveva sollevato il bordo del mio peştemal, non per toglierlo, solo per verificare. Un modo di chiedere senza usare una lingua comune. Avevo risposto sollevando il suo, lo stesso gesto, lo stesso peso. La risposta stava già nella pressione delle sue dita sul bordo della vasca.
Ci eravamo spogliati con quella calma che il calore impone. Il tessuto di cotone era caduto sul pavimento di marmo. Avevo avuto il tempo di vedere il suo corpo nella completezza: il tatuaggio che dal polso saliva fino all'interno del braccio, il petto largo senza un pelo, l'addome di qualcuno che cammina molto e mangia con attenzione. Mi aveva guardato con la stessa attenzione, quella degli occhi che seguono senza fretta.
Il primo bacio era stato breve, poi più lungo. Aveva le labbra fredde per contrasto con il calore della stanza, i baffi che graffiavano appena il mio labbro superiore. Le mani erano scese sulla mia schiena con la pressione sicura di chi conosce bene la geometria dei corpi altrui. Avevo sentito la rugosità del palmo sul calore della mia pelle come un materiale diverso, una texture che nessuna sala riunioni aveva mai preparato.
Mi ero inginocchiato sul pavimento. Le ginocchia trovavano il marmo tiepido e ruvido. Aveva un respiro controllato, quello di chi non si lascia andare facilmente, poi dopo un minuto aveva emesso un suono basso, quasi sorpreso di sé stesso. Avevo tenuto la mano sinistra aperta sul suo ventre, sentendo l'addome contrarsi, calibrando il ritmo su quello che il suo corpo restituiva. Il tempo nel halvets si muoveva diversamente. Non c'era niente che dovesse succedere prima di questo.
Dopo un po' mi aveva preso per le spalle, mi aveva fatto alzare, ci eravamo ricollocati con la mia schiena contro le piastrelle fredde della parete. Un contrasto fisico preciso: il pavimento tiepido sotto i piedi, le piastrelle fredde sulla schiena, le sue mani calde sulle mie anche. Mi aveva guardato cercando attenzione, uno sguardo che aspetta risposta. Avevo detto "sì" in inglese, voce bassa. Aveva prodotto qualcosa di tasca del peştemal caduto, un preservativo, con quella naturalezza di chi aveva già risposto da solo alla domanda.
Era stato lento, calibrato al setting. Il halvets non permetteva altro ritmo: la discrezione necessaria, la doppia maschera di essere in quel posto in quel paese, si era trasformata in qualcosa di concentrato e intenso. Teneva le mani sulle mie anche con una pressione che conosceva il confine tra controllo e fermezza. Tenevo una mano aperta sulla parete piastrellata per l'equilibrio, sentendo il freddo della ceramica diventare tiepido nel punto in cui il palmo restava fermo.
Il climax era arrivato senza annunci: lui aveva stretto più forte, io avevo lasciato uscire il respiro trattenuto. Poi silenzio. Solo allora mi ero accorto del rumore dell'acqua dalla fontanella, una costante che c'era sempre stata.
Ci eravamo puliti con l'acqua della kurna. Nessuno dei due aveva parlato.
Il kese e il marmo
Ero uscito dalla nicchia per primo. Nella sıcaklık il massaggiatore mi stava aspettando con il guanto di crine. Mi ero steso sulla göbektaşı a pancia in giù. Il kese è un lavoro preciso: le manopole ruvide vanno sulla pelle con pressione costante, e quello che portano via è visibile, i residui grigi che si arrotolano come pellicola sottile. C'è qualcosa di meccanicamente soddisfacente nel processo. Non c'è nulla da pensare, solo da accettare.
Avevo visto Kemal, che così avevo deciso di chiamarlo, mentre raccoglieva il peştemal nel corridoio degli armadietti. Aveva alzato il mento di mezzo centimetro, quel gesto che vale un saluto. Poi era uscito verso Fatih.
İstiklal, nel pomeriggio
Ero rimasto nell'hammam fino alle undici, inclusa la fase con la schiuma di sapone e i venti minuti di relax nella sala con i lettini. Fuori, la luce di luglio aveva quella qualità verticale che appartiene all'estate turca. Avevo preso il tram verso Beyoğlu.
Su İstiklal Caddesi mi ero seduto a un bar con uno şalgam freddo, guardando il viavai del sabato mattina. Il centro di Beyoğlu aveva quel ritmo specifico delle città che non hanno bisogno di giustificarsi ai turisti: i mercanti che sistemavano i banconi, le famiglie che uscivano per il pane, i gatti che si spostavano tra le sedie dei caffè come se l'intero quartiere fosse il loro. Due ragazzi passavano mano nella mano a un metro dal mio tavolino. Non li guardavo come osservatore, li guardavo come chi riconosce qualcosa. Avevano l'età che avevo io quando la discrezione costava davvero qualcosa. Qui quel costo era ancora reale, ogni giorno.
Il volo per Dubai partiva alle 23:45. Avevo ancora dodici ore. Non avevo nessun piano per riempirle.
Il peştemal era rimasto nell'armadietto numero 14 del Çemberlitaş. Qualcun altro lo avrebbe avvolto il giorno dopo.





