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Gay weekend romantico a Mykonos: Lorenzo e Andrea sulla spiaggia di Super Paradise

Gay weekend romantico: Lorenzo e Andrea a Mykonos

| Amicizie che evolvono

Avevo letto tutto quello che circola su Mykonos da quando avevo diciassette anni: il gay weekend romantico che o ti apre o ti chiude, l'isola che rivela chi sei davvero in coppia, il catalizzatore di tutto quello che tieni in sospeso. Andrea me lo aveva proposto due settimane dopo la crociera nel Mediterraneo, in cucina, con il tono di chi ha già deciso ma aspetta per educazione. Capelli ancora umidi dal bagno, tazza di caffè in mano, sguardo diretto. «Quattro giorni. Hotel adults-only, spiaggia, cena. Niente programmi rigidi.» Non sembrava un invito romantico. Sembrava un esame. Ho detto sì.

Super Paradise e le maschere che si tolgono da sole

L'arrivo, il vento, e la prima ora in silenzio

Il traghetto da Atene ci aveva lasciati a Mykonos Town alle undici di mattina, con il sole già alto e quel vento del Nord, la meltemia, che rende l'aria secca e pulita come carta da disegno. L'Elysium Hotel, sul colle sopra la città, ha una piscina affacciata sul porto vecchio e i mulini a vento in lontananza. La camera aveva un terrazzo, lenzuola bianche che sembravano irridere il concetto di preoccupazione, e una vista che toglieva la voglia di guardare gli schermi.

Avevo portato il MacBook nel trolley, lo sapevo già che era un errore. Andrea l'ha visto uscire dalla borsa, ha aspettato che lo mettessi sul tavolo senza dire niente, poi ha detto solo: «Rimane chiuso.» Non come una richiesta. Come un fatto di geometria.

A Super Paradise Beach ci siamo arrivati nel pomeriggio, con il bus che si ferma cento metri prima della discesa e lascia scegliere al vento il resto. La spiaggia è quella che immagini da anni di letture: musica alta, corpi ovunque, bandiere arcobaleno sugli ombrelloni, il Beach Club con la sua struttura di legno sul mare. Ma la prima cosa che ho sentito scendendo dalla pedana era il rumore delle onde che rompevano sulle rocce laterali, un bianco costante che copriva quasi tutto il resto. Andrea si è tolto la maglietta senza dirmi niente, ha guardato il mare per qualche secondo con l'espressione dell'ex nuotatore che valuta le condizioni, poi si è girato verso di me. «Ci stai?» Ci stavo.

Abbiamo affittato due lettini sul bordo del settore riservato, ordinato birra, e non abbiamo detto quasi niente per quasi due ore. Era il primo silenzio di coppia che non mi spaventava da mesi. Forse l'unico posto dove non senti l'urgenza di riempire gli spazi è un posto dove tutto il resto è già abbastanza rumoroso.

Il gay weekend romantico che nessuna guida mi aveva descritto

Nikos, Petros, e diciotto anni di isola insieme

Li ho notati il secondo giorno, alla colazione al piano terra dell'hotel. Nikos aveva forse sessantadue anni, architettura mediterranea nel senso più letterale: sopracciglia folte, mani che indicavano tutto intorno come se stessero disegnando piante, una camicia aperta fino al terzo bottone. Il suo compagno, Petros, era più silenzioso, medico pensionato di Salonicco, occhiali da sole che non toglieva mai neanche sotto il gazebo. Venivano a Mykonos ogni luglio da diciotto anni. Avevano detto di sì per la prima volta in un bar di Chora nell'estate del 2008.

Andrea ci aveva attaccato bottone prima ancora che me ne accorgessi. È sempre stato così: la capacità di trovare la conversazione dentro qualsiasi silenzio, la stessa che lo rende il dottore che i pazienti cercano anche a fine turno. Li avevamo ritrovati a cena al Kounelas Fish Tavern, sul porto di Mykonos Town, con i tavoli di legno grezzo e il pescato scritto su una lavagna. Avevamo finito per dividere tavolo e due caraffe di vino bianco locale, più una terza che nessuno ricordava di aver ordinato.

Era Nikos che parlava di più. Petros ascoltava e correggeva le esagerazioni con un gesto della mano. «Mykonos non salva le coppie», aveva detto a un certo punto, senza che nessuno glielo avesse chiesto. «Non le spacca nemmeno. Le amplifica. Quello che porti qui lo ritrovi ingrandito. Porti paura, esci più spaventato. Porti curiosità, esci più curioso. Porti amore, capisci quanto vale.» Petros aveva annuito senza alzare gli occhi dal rombo alla griglia.

Avevo guardato Andrea mentre Nikos parlava. Lui teneva il bicchiere con entrambe le mani, come fa quando sta ascoltando davvero, e non guardava Nikos, guardava il porto buio oltre il tavolo. Stava pensando alla stessa cosa a cui pensavo io. Lo so perché poi, a letto, me lo ha detto con mezza frase: «Cosa abbiamo portato qui?»

Era la domanda giusta. Era il momento giusto per farla.

Jackie O', la pista, e quello che ho capito alle tre di notte

In camera, dopo tutto il rumore

Jackie O' su Paradise Beach ha quel suono che è metà musica e metà mare, e a mezzanotte era piena. Avevamo ballato per quasi un'ora senza staccarci, il tipo di ballo che non ha niente di esibito ma tutto di preciso, quello che fai quando non devi dimostrare niente a nessuno tranne a te stesso che stai bene dove sei. Andrea ballava con quella concentrazione silenziosa che gli viene dal nuoto agonistico, corpo presente al cento per cento, testa da qualche altra parte che non era il locale.

A un certo punto uno dei ragazzi vicini a noi, corpo dipinto e occhi chiari piantati su Andrea come un punto interrogativo, si era avvicinato con un sorriso che non richiedeva traduzione. Andrea aveva sorriso a sua volta, si era sporto a dirgli qualcosa nell'orecchio, poi si era girato verso di me. Mi aveva preso per il polso, non la mano, il polso, con le dita da cardiologo, e avevamo lasciato Jackie O' dieci minuti dopo.

In camera, Andrea ha chiuso la porta prima ancora di accendere la luce. Il buio era rotto solo dal riflesso del mare dalla finestra aperta, un rettangolo di chiarore che si spostava lento sul soffitto. Ha buttato le chiavi sul comodino, poi si è girato e mi ha spinto contro la parete con le mani aperte sulla clavicola, senza forza, solo peso. Il peso preciso di chi sa dove sta andando.

Mi ha sfilato la camicia lentamente, con quelle dita che conoscono ogni punto dove mi inceppo, e io non ho fatto niente per aiutarlo perché mi piaceva come mi guardava mentre lo faceva. Le mani di Andrea sono quelle di un cardiologo e di un ex nuotatore insieme: affusolate e precise nell'atto delle decisioni, forti nelle spalle e nel dorso, capaci di una pressione che sai dove finirà. Quando ha appoggiato le labbra sulla mia nuca ho smesso di pensare a Nikos e ai diciotto anni e alla domanda di prima.

Ci siamo mossi fino al letto in modo poco elegante e molto onesto, il tipo di movimento che hai dopo tre anni, quando non reciti più niente e rimane solo la sincerità dei corpi. Andrea è salito sopra di me con quella calma deliberata che mi spaventa ancora adesso, dopo tutto questo tempo, la conosco benissimo e non mi stanca mai. Mi ha tenuto i polsi con una mano, abbastanza da sentirlo, e ha iniziato lentamente, con la stessa esattezza con cui fa le cose che ha deciso di fare bene.

L'ho sentito cambiare ritmo due volte, portarmi vicino, fermarsi, aspettare che tornassi giù. La terza volta non si è fermato. Il rumore del mare entrava dalla finestra aperta e copriva il resto. Quando è finita eravamo sudati e in silenzio, e io fissavo il rettangolo di luce sul soffitto e capivo che la domanda di Andrea in camera era già risposta.

Ho dormito come non dormivo da settimane.

Quello che l'isola ha amplificato

La mattina dell'ultimo giorno

L'ultima colazione sul terrazzo era tarda, con il porto già vivo sotto di noi e i mulini a vento bianchi contro il cielo di luglio. Nikos e Petros erano già partiti. Andrea leggeva qualcosa sul telefono. Io guardavo fuori e pensavo alla domanda: cosa avevamo portato a Mykonos?

Avevamo portato tre anni di coppia, qualche settimana difficile dopo la crociera, e la paura silenziosa che l'isola ci avrebbe rivelati come troppo diversi per durare nel lungo periodo. Invece avevamo trovato Nikos e Petros. Avevamo trovato Jackie O' e la scelta di Andrea sulla pista. Avevamo trovato una notte senza recitazione. Nikos aveva ragione: Mykonos amplifica. Quello che era uscito ingrandito era ancora riconoscibile come noi.

Lo dicono in tanti che i gay weekend romantici mettono alla prova le coppie più dei momenti difficili nella routine, perché non c'è quotidianità a fare da cuscinetto tra te e quello che senti. Non so se è vero in generale. So che è stato vero per noi, e che siamo partiti per Atene con i bagagli più leggeri di come eravamo arrivati. Non perché avessimo lasciato qualcosa sull'isola, ma perché avevamo capito cosa portare via.

Il traghetto partiva alle quattro del pomeriggio. Andrea aveva fatto i bagagli in dodici minuti, come sempre. Io in quaranta, come sempre. L'ultima cosa che avevo rimesso nella borsa era il MacBook, ancora chiuso.